I Domenica dopo il Martirio – Anno C
Is 30,8-15b; Sal 50; Rm 5,1-11; Mt 4,12-17

IDopoMart2025La liturgia apre da subito uno sguardo sulla singolarità della figura del profeta di Dio. Il testo di Isaia mostra come sono sempre esistiti tentativi di zittire o annullare i profeti esigenti, ma il Signore, dice il testo, vuole andare avanti per custodire con fedeltà le sue promesse. È testo che aiuta perché indica come questa non sia parola che racconta solo fatti di un tempo, ma sia parola che continua ancora oggi a parlare all’animo del credente di oggi. La tentazione che si annidava e non raramente nel cammino del popolo del Signore di allora di far tacere le voci scomode che parlano di Dio: «Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni! Scostatevi dalla retta via, uscite dal sentiero, toglieteci dalla vista il Santo d’Israele», è tentazione anche di oggi e sono affermazioni che anche oggi sollecitano da noi tutti una risposta. Si tratta di comprendere se anche noi siamo disposti ad accogliere veramente la Parola di Dio anche se appare esigente, oppure fare come quel popolo e dire anche noi ai nostri “profeti”, alle nostre Guide: «diteci cose piacevoli», raccontateci piuttosto cose che incoraggiano ciò che noi abbiamo già deciso di fare. Ecco, ci dice il testo del profeta che se anche noi agiamo così, le distanze tra noi e Dio diventeranno davvero abissali perché non sarà più presente la comunione con Lui e la sua Parola e ci condanneremmo da soli e sempre di più, a ricercare altro che soddisfi la nostra bramosia e che sia meno esigente di ciò che chiede il Signore. Tuttavia, ancora una volta, il testo del profeta termina con un invito davvero bello: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza», come a dire che solo in questa disposizione d’animo si apre per tutti il futuro di un cammino autentico di fede che porta al vero incontro. È dunque testo da meditare in ogni suo passaggio affinché sgorghi davvero il desiderio di essere in ascolto del Signore e chiedere a Lui la forza di non lasciare che l’influenza di maestri a buon mercato ci allontanino da Lui, il vero Maestro che per mettere in pratica ciò che chiede, si fa luce alle nostre povertà e fragilità. È questo il desiderio che nutre e aiuta davvero il nostro cammino segnandone la direzione che diventa amata perché attesa e accolta perché è il Signore a indicarcela. E il breve brano del Vangelo rafforza quanto detto.

Ci dice che la voce del profeta che si fa testimone, è voce che non si può zittire. Gesù viene a sapere che Giovanni Battista è stato imprigionato e ha terminato di parlare e che il Martirio avrebbe sancito in maniera drammatica la conclusione della sua vita. Adesso che Giovanni è in prigione e la sua voce non è più in grado di preparare e annunciare la venuta de Regno come era stato profetato da suo padre Zaccaria (cfr. Lc 1,76), Gesù stesso si annuncia non a Gerusalemme che è la capitale religiosa, ma a Cafarnao. Entra là dove la gente vive, entra nel crocicchio di popoli, entra nel luogo in cui si vive lo scorrere della vita nei tanti giorni animati per le innumerevoli presenze. Gesù mette fine al suo essere in disparte e inizia la sua vita pubblica di testimonianza. Ma se la parola di Giovanni Battista era ammonimento forte a convertirsi, ad appianare le strade, a colmare le valli per aprirsi a Colui che deve venire, ora, il passaggio vero e profondo lo porta Gesù Cristo, il Figlio unigenito che dice: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». È messaggio che non è possibile zittire perché la voce non è più quella del testimone che precede; è voce che sorge come il sole e riparte e si attiva là dove è impensabile che ciò avvenga. Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, sceglie risolutamente di vivere in mezzo alle tenebre (cfr Gv 1,5), e se Zàbulon e Nèftali, due territori umiliati da Dio (cfr Is 8,23) situati ai piedi del Libano, sono regioni periferiche la cui popolazione mista, aperta alle influenze pagane, è poco stimata, l’annuncio è di una “risurrezione”. La luce annunciata dal profeta sorge su queste terre di morte. Come un'alba radiosa, la Parola sorge: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Ecco la differenza tra quanto diceva Giovanni Battista e Gesù. Quel “vicino” detto da Gesù, non vuole tanto indicare una distanza che via via va riducendosi, quel “vicino” vuole proprio dire che Dio si è fatto accanto fisicamente all’uomo disperato e pieno di fragilità e di contraddizioni nella persona di Gesù per aiutare l’uomo ad operare il cambiamento decisivo della propria vita. La luce nella notte conforta, dà orientamento, permette di vedere, unisce le persone. Gesù, quindi, dando compimento al disegno del Padre, non rimane nel deserto (cfr. Mt 4,1) ma si unisce alle genti d'Israele (Zàbulon e Nèftali) che sono le più minacciate dalla notte pagana. «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino», allora, è letteralmente richiesta di voltarsi, di cambiare la direzione del cuore perché Dio vuole attraversare la nostra vita. La salvezza è data e il segno sarà la guarigione di: «ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23). Non è cosa che avviene da sé, ma occorre provare intensamente il desiderio d’incontro con il Signore che si fa vicino per ascoltarlo e riuscire così, a mettersi in cammino scegliendo la vita (Dt 30,19). Matteo terminerà il suo Vangelo con l'annuncio della risurrezione di Gesù che l'angelo fa alle donne venute al sepolcro chiedendo loro di dire ai discepoli di andare in Galilea: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28,7). Solo così la Pasqua di liberazione potrà essere davvero per tutti. C’è dunque una chiamata all’amore e quanto più questo amore si dispiega, tanto più il male, le tenebre che ostacolano lo sviluppo dell'uomo nel cammino verso la sua vera dignità, viene allontanato. L'amore di Dio per il suo popolo mette in moto e stimola costantemente il cammino di tutti. Del resto, Paolo ci invita ad avere fiducia perché non siamo tanto noi a permettere questo, ma è il Signore a renderlo possibile. Dice Paolo: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi». Usa l’immagine cruenta della morte di Gesù Cristo per comunicare a tutti l’evento assolutamente fuori da ogni pensiero umano: dare la vita non solo per le persone buone e meritevoli, ma dare la vita per riscattare anche coloro che persistono nello stare lontano da Dio. Paolo, scrivendo ai Romani, vuole dire anche a noi che con un dono così, tutti sono in grado di farcela. Certo, è cammino impegnativo perché richiede la forza di riconciliarsi con Dio e con i fratelli, ma è Dio in Gesù Cristo che ha compiuto il primo passo venendo vicino a noi mentre eravamo dei lontani e degli estranei. Allora l’invito a convertirsi perché il regno di Dio è vicino, fatto da Colui che ha voluto scendere nel cuore di luoghi abitati da gente che vive, ama e odia, si divide e si ricongiunge, spera, immagina, sogna, accoglie e rifiuta, quell’invito, si fa davvero pressante anche per noi.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy