II DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO C
Is,5,1-7; Sa 79; Gal 2,15-20; Mt 21,28-32

IIDopoMartGio2025Il testo del profeta Isaia ci mostra il vero volto di Dio. Ha fatto di tutto per la sua vigna dissodandola e piantando «viti pregiate», ma quelle viti pregiate agli occhi di Dio che è il popolo d’Israele, non ha ricambiato la sua passione. È davvero evidente la delusione e l’amarezza che sgorgano dal cuore di Dio: quella vigna produce soltanto acini acerbi fatti di menzogne, di violenza e di tradimento. Per questo Dio decide di togliere la siepe dalla vigna e di trasformarla in pascolo; di demolire il suo muro di cinta e lasciare che essa sia calpestata. L’abbandono patito come silenzio e miseria però, si fa richiesta all'uomo di tornare a Lui, di convertire il proprio cuore ed essere vigna che produce. Questo è lo spazio che Dio lascia all'uomo per tornare: l'abbandono non è reale; Dio non può mai abbandonare il suo popolo perché verrebbe meno alla sua parola di alleanza. L’attesa di Dio per la vigna nella quale ha investito premura, attenzioni, lavoro e fatica rimangono ancora attese vere, ce lo dice il testo del Vangelo. Gesù sta parlando ai capi dei sacerdoti e ai farisei, persone che si consideravano l'élite del popolo i soli a rispettare la legge in ogni dettaglio: «Che ve ne pare? […] Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Gesù vuole coinvolgere tutti per far riflettere su ciò che conta veramente nella relazione con Lui. Non sono tanto i discorsi o le dichiarazioni di principio a contare veramente, ma le azioni che si mettono in pratica. Ciò che i profeti hanno sempre criticato e che Gesù continuamente denuncia è la fede fatta di formule, di riti praticati solo per soddisfare un precetto piuttosto che alimentare e tenere viva la relazione con il Signore nella propria vita. Gesù chiede una fede che accolga e che custodisca veramente il piano di Dio, la Vigna, un mondo nuovo e diverso da quello conosciuto da tutti; un modo in cui si lavori per la giustizia, un mondo in cui davvero l’amore conduca alla gioia. La parabola mostra la denuncia dell’ipocrisia dei capi dei sacerdoti e dei farisei che si credono perfetti perché rispettano l’esteriorità della legge. I pubblicani e le prostitute di cui parla Gesù, non sono persone che si dicono virtuosi e riconoscono la loro miseria morale. Come il primo figlio, inizialmente essi hanno detto no alla Parola di Dio, ma poi hanno lasciato che la Parola raggiungesse il loro cuore fino ad accogliere Colui che davvero li fa vivere. Il pentimento è davvero uno dei frutti dell'amore; esso chiede di entrare e far parte del bagaglio delle nostre vite. Il pentimento è la presa di coscienza di qualcosa che non va nella relazione con il Signore e i fratelli. Il figlio che dice: «Non ne ho voglia», manifesta la volontà di vivere la sua vita da solo senza nessuna “costrizione”, ma l’atteggiamento che poi mostrerà, rivela un cuore che reagisce tanto da portarlo a lavorare la vigna e sentirsi davvero figlio che fa la volontà del padre. Allora non è Vangelo soltanto per i capi di sacerdoti e i farisei di allora, questo è Vangelo rivolto a tutti perché si distende nelle pieghe della vita di ciascuno. Il Signore Gesù chiama tutti ad accogliere con amore ciò che il Padre chiede: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna».

È bello notare come quel padre non dica “Figlio, va a lavorare nella mia vigna”, ma dica “Figlio, va a lavorare nella vigna”. È richiesto il nostro lavoro affinché quel pezzetto di mondo in cui viviamo, possa essere un mondo abitato dalla vita. È dunque parola che lancia tutti nella vita, è parola che chiede a tutti la missione di vivere la responsabilità e la capacità di rispondere. Le figure dei due fratelli mostrano come tutti siano chiamati a vivere la propria libertà. Siamo tutti figli amati e per questo abitati di libertà che può, come per il primo, far oscillare, cambiare, mettere alla prova e riuscire a rispondere davvero da se stesso, con la sua esistenza. Ma la stessa libertà consente di scegliere di non lasciarsi coinvolgere come per il secondo figlio. Egli sceglie di rimanere con il proprio cuore chiuso al vento della libertà; si avverte come servo che deve obbedienza «Si, signore» e non figlio dotato di libertà a cui si dà fiducia. Tutti però, sono chiamati con il nome di figlio e questo ha commosso lo stesso Paolo. Nel testo ai Galati lo dice esplicitamente: «Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori […] abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge». Sembra emergere il sentimento del primo figlio che dice no al padre (Noi, che per nascita siamo Giudei) perché ha la presunzione di essere ormai già parte del regno senza il bisogno di lavorare, ma Paolo qui si arresta e subito vira dicendo che è il percorso della fede in Cristo a permettere di essere parte del Regno come figli amati. La strada, il percorso di avvicinamento a Dio è totalmente opera di Dio che in Gesù Cristo dà a tutti la possibilità di lavorare nella vigna per vivere liberamente e senza costrizioni la carità. È da questa apertura che scaturisce la gioia incontenibile che fa dire a Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me». La certezza su cui fonda tutto il proprio cammino di fede, Paolo la dice apertamente a tutti anche se non rinuncia al vanto di sentirsi ancora parte della sua gente. «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio», perché sono persone che umilmente riconoscono la loro fragilità e la loro miseria e per questo sono disposte al cambiamento che li fa crescere. La domanda: «Che ve ne pare» ci dice che non conta tanto il passato, non conta l’immagine che si dà di sé e nemmeno la parola detta (“Non ne ho voglia”, oppure “Sì, signore”), ciò che preme a Gesù è come si agisce nella propria vita. La grazia di Gesù accompagna tutti, fragili e feriti più o meno consapevolmente nell’amor proprio, e vuole condurci alla grazia del Perdono di Dio. Nessuno di noi, infatti, è in grado di garantire tutto di se stesso, però se siamo sinceri e viviamo nella fede in Gesù il Figlio di Dio, la nostra vita la sentiremo amata da Colui che rende capaci di risposta e allora, come Paolo, potremo dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

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