IV domenica dopo il Martirio di Giovanni Battista – Anno C
Pr 9,1-6; Sal 33; 1Cor 10,14-21; Gv 6,51-59

IVDopoMarGioBatLa nostra vita deve essere animata, guidata, sostenuta e rivolta verso il suo Autore e questo si realizza ospitando il Signore che viene ad abbracciare tutto il nostro essere in tutte le sue dimensioni. L’invito della Sapienza a recarsi al banchetto da Lei preparato per tutti ricorda la verità fondamentale che ciascuno ha nel proprio cuore: la nostra vita cristiana inizia con un invito, una chiamata, una vocazione che poi si declinerà in vari modi. Cosa dice la Sapienza? Invita ad essere commensali al suo banchetto: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza». È voce, quella del Libro dei Proverbi, che raggiunge tutti e oggi perviene anche noi. Pane e vino evocano una realtà a noi molto famigliare, ma le pagine che oggi accogliamo le presentano in situazioni diverse tra loro. Da subito la pagina del Libro dei Proverbi presenta l’invito ad un generoso banchetto, invito che è rivolto a tutti tanto che, dice il testo, la Sapienza manda le sue ancelle a “gridare” sui punti più alti della città. L’immagine del banchetto è una delle forme preferite della Scrittura per dire il compimento della promessa di Dio ed è molto bello che la Parola si compia assumendo come riferimento simboli assolutamente consueti, famigliari, belli, di tutti i giorni come il pane ed il vino conosciuti in tutte le case e per questo molto cari. Ma il pane ed il vino non sono solo visti semplicemente come realtà da consumare e basta; essi hanno in sé rimandi a doni ben più grandi, doni che arrivano alla propria vita, al proprio cuore e che ci fanno crescere per essere ciò che il Signore vuole che siamo. Non deve sorprendere che la convocazione al banchetto sia accompagnata dall’invito a non ripiegare su ciò che non ha equilibrio, a non dare credito a richiami accattivanti e facili che però appagano l’immediato ma non soddisfano il cuore per la loro inconsistenza. Abbandonare l’inesperienza per vivere davvero, è invito ad aprire il proprio cuore a ciò che nutre davvero per crescere davanti al Signore nostro Dio e la pagina del Vangelo odierno, che è uno stralcio dell’intenso e complesso capitolo sei del vangelo secondo Giovanni che ha come tema il discorso sul pane di vita, ci guida in questo. Gesù aveva operato il segno della moltiplicazione dei pani e si era ritirato dalla folla che lo voleva fare re.

Ora, vuole condurre, coloro che lo stanno ascoltando, all’approfondimento vero che quel segno. Non è tanto un pane materiale che anche alcuni di loro hanno mangiato a soddisfare; è Altro il cibo che nutre, che riempie di senso la vita di ciascuno: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo». Lui è il pane che sfama; il Maestro di Nazareth sta affermando che le profezie antiche finalmente si compiono in Lui. L’invito è davvero pressante: accogliere la sua Persona riconoscendo che finalmente il pane vivo che la Sapienza ha preparato è disceso dai cieli ed è lì davanti a loro come dono inimmaginabile come Pane che rivela, Pane che sfama, Pane per il cammino, Pane che è Presenza anche se le parole "carne" e "sangue" usate da Gesù, sono termini davvero forti. Esse preannunciano la Passione che il Signore Gesù Cristo dovrà soffrire nella propria carne mentre consegnerà tutto se stesso sulla Croce. All'inizio e alla fine di questo brano di Vangelo Gesù si presenta come il pane vivo disceso dal cielo. Vuole essere il nostro cibo, la nostra forza, Colui che solo può lenire e riempire i nostri cuori affamati di speranza, di amore. I termini "carne" e “sangue” significano la totalità della presenza di Cristo: è Lui che vuole essere ricevuto, che vuole essere accolto perché Lui è dono che si dà a ciascuno per ridare la libertà della vera vita che il peccato ha reso schiava e avviata alla morte. Non è solo un semplice ripristino nella vita in questo mondo, ma è chiamata alla vita che non tramonta come figli di Dio che abitano la casa del Padre. Carne e sangue allora, sono espressioni che evocano l'incredibile forza d'amore di Cristo che vuole essere comunione con noi. Per questo siamo invitati alla mensa eucaristica, che è il banchetto imbandito da Gesù, la Sapienza di Dio. Ma il Vangelo ha anche un altro invito che anche se non è esplicitato ma è presente in filigrana: dimorare. L’invito a dimorare è per il credente maturo che vuole uscire presto dalle pastoie degli entusiasmi passeggeri che si incontrano nelle diverse “stagioni della vita”; il credente maturo vuole entrare nella stabilità di relazione che non ha ritorno. Vuole fermarsi, abitare pienamente quell’alleanza che non “gioca” con i sì e non essere banderuola esposta ai venti dell’emotività, del passeggero e dell’instabile! Noi siamo convocati per questo all’azione Eucaristica, ci raduniamo per questo Pane che è insieme pane della Parola e pane Eucaristico; ci lasciamo convocare perché avvertiamo sempre più il desiderio di voler essere parte della vera Vita. L’incontro con il Signore è lo spalancarsi dello sguardo, dell’attesa sulla concretezza della nostra vita e quando questo incontro è vero perché desiderato e amato, ci accorgiamo che siamo accompagnati nei momenti in cui siamo abitati dalla fatica e riconosciamo che la nostra fragilità, la nostra sofferenza tendono a farci staccare da Lui. «Colui che mangia me vivrà per me» dice Gesù ai presenti; quel Pane e quel Vino che annunciano la Croce, si fa dinamismo che abita sia il corpo sociale che è la nostra comunità e sia l’intimo di ciascuno. Ma come accoglierlo? È Paolo a suggerirci le modalità. Ci dice che la preoccupazione più grande da avere è quello della custodia. Custodire mette in moto l’azione di salvaguardare in noi il valore e la bellezza di questo dono affinché non perda di splendore e non diventi una routine che non tocca più il nostro cuore. «Poiché vi è un solo pane» scrive Paolo ai Corinti, «noi siamo, benché molti, un solo corpo»; questo è il segno della comunione con il Signore, dell’incontro definitivo, dell’incontro totalizzante con il Signore, ma è anche l’incontro che mette insieme e che consentirà di diventare davvero una vera fraternità. Se percorriamo con pazienza tutto il salmo che oggi ci è proposto, ci sentiamo convocati e interrogati sulla domanda vera che deve destare l’attenzione del vero discepolo: «Chi è l'uomo che desidera la vita e ama i giorni in cui vedere il bene?» (Sal 33,13), come a ciascuno di noi fosse chiesto se la vita, quella vera, interessa davvero. Sì, penso proprio di sì; vogliamo una vita che sia vera e piena, e se siamo cercatori di vita, affamati di vita e non ras­segnati, allora troveremo risposte. Le trove­remo nella vita di Gesù, nel­la sua carne e nel suo sangue, nella sua vicenda umana che inclu­de per intero tutta la sua vita, su, su fino alla carne inchioda­ta, fino al sangue versato, fi­no al totale dono di sé, di tutto se stesso. In quel pezzetto di pane consacrato, l’Eccelso, l’Infinito assume il nostro quo­tidiano per essere vicino a ciascuno di noi e donarci il segreto della vita.

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