VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO – ANNO C
1Re 17,6-16; Sal 4; Eb 13,1-8; Mt 10,40-42
Le poche parole del Vangelo odierno sono la conclusione del capitolo dieci che è il discorso di missione. Il vangelo di Gesù deve poter essere portato a tutti e per farlo occorre staccare da quei legami che sono i più antichi della vita: il padre, la madre, il fratello. La conclusione del discorso che oggi accogliamo, mostra la certezza nuova: «Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta». È un finale che ha in sé un fascino nuovo che vede la profezia stessa aver bisogno del profeta, ma anche soprattutto di chi accolga il profeta e il suo messaggio e i rapporti umani elementari che sono alla base della vita di ciascuno, quelli famigliari, possono davvero essere di insegnamento. Quando una mamma educa il proprio bambino, sembra che sia solo la mamma ad operare l’istruzione; in realtà, gli specialisti ci dicono che avviene anche un ritorno dal bambino stesso verso la mamma. Esiste una circolarità di rapporto secondo cui la parola della madre non può avere il significato grandioso che ha, se non grazie all’accoglienza da parte del figlio che si trasforma in risposta che trova ospitalità nella madre stessa. La circolarità che esiste tra madre e il figlio la possiamo chiamare affetto, tenerezza, amore che non solo è nelle corde dei due, madre e bambino, ma è amore che invita Dio anche se questo aspetto non è necessariamente immaginato presente nel pensiero dei due. Ebbene, le parole di Gesù: «Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta», dice esattamente questo: tra il profeta e chi accoglie il profeta, c’è Dio che è la ricompensa del profeta. La pagina del ciclo di Elia nel Primo Libro dei Re anticipa questo. Siamo nel tempo della siccità e il cielo chiuso è davvero l’immagine dura e visibile della distanza che si è creata fra Dio e questa terra. In questo scenario appare la figura del profeta Elia il quale viene invitato da Dio ad abbandonare la casa del re e quel popolo ormai disperso nella propria idolatria. Elia va e si mette sulle rive del torrente Cherìt dove potrà bere l’acqua e ristorarsi con ciò che i corvi gli portano. Ma anche questa terra è interessata dalla siccità e l’acqua viene a mancare così che il profeta riceve l’ordine dal Signore di andare a Sarepta che è vicino a Sidone luogo fuori dai confini della terra promessa.
È la ripetizione di un esodo da una terra resa inospitale non da una nazione straniera, ma dallo stesso popolo di Dio. Si incammina dunque verso lo straniero, colui che non conosce Dio ma che si dimostrerà accogliete. La donna pagana alla quale è inviato Elia che non ha nome, non conosce né Abramo né Mosè e pur rivolgendosi ad Elia con le parole: «Per la vita del Signore, tuo Dio» quasi a significarne la distanza, agisce secondo le parole del profeta. La carestia incombe anche là tanto che la vedova confessa quasi rassegnata la sua situazione con parole che rispecchiano la realtà della condizione umana. A noi possono sembrare parole lontane per la nostra situazione, ma quando le ricongiungiamo nei volti di persone che vivono situazioni estreme, non appaiono più parole lontane, ma attraversano anche il nostro vissuto che ciascuno di noi sta percorrendo. Qui però la parola di Dio interviene e per bocca del profeta dice: «Non temere […] la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra». Il Signore chiede e provvede; chiede fiducia ad una vedova che ha perso tutto e provvede ad una persona umile e assolutamente marginale, povera, che però si dimostra grande nel dare tutto. Il racconto terminerà con questa constatazione: «La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia». Ecco, la parola del profeta Elia diventa vera proprio grazie ad una disponibilità che si apre; l’accoglienza del profeta bisognoso da parte di questa donna vedova, diventa la realizzazione della profezia. Qui noi siamo chiamati a discernere la salvezza che Dio ci offre attraverso l’incontro con persone povere sia che esse aiutino a prendere coscienza della nostra stessa povertà, sia che ci aprano la via a una comunione intensa. Dal testo emerge il farsi prossimo di Dio verso una donna che è sì pagana, ma che è figura ritenuta assolutamente marginale e per questo umile. Scopriamo che Dio si rivolge a tutti e non soltanto a coloro che lo conoscono. La vedova di Sarepta è il paradigma della forza che hanno le persone umili dal cuore libero e capaci di accoglienza dell’altro. Questo è l’aspetto sottolineato anche dal brano tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Fratelli, l’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo». Stupisce la raccomandazione all’accoglienza solo perché: «Anche voi avete un corpo»; qui però il verbo accogliere è declinato alla luce della Pasqua di Gesù Cristo. Il termine accogliere non è più riferito solo al fatto in sé, ma è visto come crescita individuale che permette situazioni ed esperienze intime profondamente diverse l’una dall’altra che formano un corpo che quella della Chiesa. Se andiamo all’inizio del capitolo del Vangelo che oggi ci è offerto, possiamo notare come gli Apostoli, tutte persone umili, siano nominati uno ad uno con il proprio nome, segno dell’accoglienza di Gesù che eleva la loro dignità. Non è esaltata nessuna loro dote, solamente il nome che dice l’univocità di persone amate da Dio e chiamate al suo servizio. Loro sono la primizia della relazione più stringente con il Signore, ma in loro, tutti e ciascuno di noi sono chiamati dal Signore a vivere la propria vocazione che faccia uscire dal proprio confine, dallo stare entro la propria confort- zone individuata nella propria religiosità, nel proprio interesse che rischiano soltanto di logorare perché isolano, per andare verso l’altro. È l’altro ad aiutarci con la sua stessa estraneità; le prime righe del brano del Vangelo lo dicono: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». Gesù si identifica nel discepolo, si identifica nel piccolo, si identifica nel povero; è come se dicesse: “Io sono lì, non sono altrove; se tu dai accoglienza ad un piccolo, ad un povero, ad un semplice, l’hai data a me”. Sono parole che indicano un primato nella vita che è quello di avere gesti umili, gesti veri verso l’altro che ci è messo accanto. Questo è il primato che ci ha rivelato la vedova di Sarepta senza nome che ha condiviso con lo straniero che lei stessa non conosceva, il poco che aveva aprendosi in filigrana come vera primizia, a quello che sarà il primato del Vangelo: l’accoglienza. Lì il cielo non sarà più chiuso e sarà data quella pioggia vivificante affinché tutti, ma proprio tutti, ne possano beneficiare. Oggi siamo invitati ad avere l’umiltà di riconoscerci anche noi degli accolti dal Padre in Gesù Cristo quando ci presentiamo a Lui con semplicità di cuore nella nostra preghiera. Chi ci ospita è sempre il Signore che dà pace al nostro cuore e ci dice che, anche negli affanni della vita, Lui è sempre lì pronto a dare ricovero e nutrimento alle nostre stanche vite.
