Dedicazione del Duomo - Anno C
Is 60,11-21 o 1Pt 2,4-10; Sal 117; Eb.13,15-17.20-21; Lc 6,43-48
Non è solo ricostruzione del tempio l’annuncio che il profeta Isaia fa, ma è l’annuncio della comprensione più profonda che Dio ha di Gerusalemme: «Così dice il Signore Dio: le tue porte saranno sempre aperte, non si chiuderanno né di giorno né di notte». Il messaggio dice uno scenario nuovo, qualcosa che non ha limitazioni a tal punto da lasciare entrare: «la ricchezza delle genti». È città che deve essere ricostruita con la prerogativa di essere accogliente non solo verso gli esiliati che ritornano, ma anche per coloro che in quella città vorranno trovar rifugio dal male e servire il Signore nell’umiltà. È davvero molto bello ascoltare le parole di Isaia che chiama le genti con l’appellativo di ricchezza; vogliono significare l’apertura riservata a tutti. Oggi assistiamo invece alla richiesta di chiusura di frontiere, assistiamo all’innalzamento di muri che separano quasi che la separazione dica vita per il futuro. Il Profeta ha parole che aprono il cuore ad un respiro universale che fanno star bene. Tutti sono ammessi in un avvenimento che è dono inimmaginabile; non è soltanto e solo la ricostruzione di una città distrutta, devastata dall’intervento del re Nabucodonosor, ma è ricostruzione nuova il cui progetto deve partire dal cuore di tutti. È lettura che presenta immagini bellissime e inconfondibili che dicono come i confini non esistano più perché le porte saranno sempre aperte, di giorno e di notte. La profezia dice che non è più attuale l’immagine di una città arroccata e chiusa in se stessa, perché la liberazione promessa è rivolta a tutte le genti senza distinzione di razza o di etnia. Oggi queste parole risuonano in tutta la loro bellezza perché ci fanno capire come Dio immagina la Chiesa per la sua gente, per il suo popolo: casa dalle porte aperte di giorno e di notte in cui si può entrare, in cui si è aspettati, attesi. Anche la prima Lettera di Pietro ci dice che non sono le pietre materiali che costituiscono le mura fisiche, ma gli edifici spirituali che segnano il cammino. L’edificio spiritale avvolge la persona, la fa camminare perché l’anelito risiede nel suo cuore e tocca in profondità l’esistenza: «Avvicinandovi a Cristo […] quali pietre vive siete costruite anche voi come edificio spirituale».
Il movimento dello stringersi a Cristo pietra viva è movimento unico che non ha ritorno. Gesù Cristo è Dono indicibile del Padre che permette a tutti di essere comunione con Lui Pietra viva, così da diventare noi stessi pietre vive: questo è il non ritorno. Allora non è più l’edificio fatto di pietre inerti e gelide ciò che siamo chiamati ad abitare, ma il corpo che è la Chiesa, quell’edificio spirituale che è il popolo di viventi perché davvero Popolo di Dio che nasce da un continuo Esodo che attraversa la storia per andare incontro al suo Signore «Pietra viva» affinché, «chi crede in essa non resterà deluso». Il volto di Gesù Cristo, il «Pastore grande delle pecore» testimoniato dagli Apostoli, emerge perennemente e sempre di più in tutto il suo splendore nella sua Pasqua. Non è volto anonimo e sconosciuto, non è parola a cui non dare ascolto; è Volto che si fa premurosamente guida e custode di tutte le pecore che il Padre gli affida «Ho anche delle altre pecore, che non son di quest’ovile; anche quelle Io devo raccogliere, ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16). È dunque Volto che dà casa perché accompagna tutti i cammini di uomini e donne nella storia. Come non sentirsi invitati a fare nostra questa immagine, invitati a introdurci nella sua sequela per procedere sempre con Lui ed essere stabili nel nostro cammino. Ogni pagina del Vangelo contiene una promessa e una benedizione che aiutano tutti a vivere meglio, ad amare meglio, a diventare più se stessi nel grande progetto di Dio, un progetto che va oltre ciascuno di noi e che scopriamo più profondamente vivendolo. Il brano del Vangelo secondo Luca che oggi accogliamo, è la conclusione del primo grande discorso di Gesù con cui vuole incoraggiare i suoi ascoltatori a mettere in pratica gli atteggiamenti della vita che le Beatitudini indicano. Metterle in pratica anche se ciò appare tremendamente difficile e a volte anche deludente per la mancanza di risposte attese. Ci è chiesto di ricominciare da quello che è la nostra vita oggi. Il Signore si avvicina a noi con parole di conforto per spronarci: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono». Questa è la prima parola su cui possiamo contare per ricominciare. Il cammino del popolo di Dio lungo i secoli della storiaci ha permesso di essere abitati dalla presenza del Signore che ci dirige verso il bene. Non possiamo negare che l’insegnamento di madri e padri ci hanno portati a confidare in Colui che ci ha chiamato alla vita. Ci hanno insegnato che, se anche il nostro cuore è nell’afflizione e nell’affanno per le nostre fragilità, la nostra preghiera per quanto modesta, sarà comunque davanti al Signore che vuole condurre la nostra vita a produrre frutti buoni. Se il fondo della nostra esistenza è buono siamo in grado di produrre buoni frutti. La nostra vita di credenti allora, non può più accontentarsi di un atteggiamento esteriore e transitorio; il cuore del discepolo ha bisogno di essere scavato in profondità per essere luogo privilegiato del tesoro. Lo scavare in profondità permetterà di avvertirci poveri di noi per essere in grado di ricevere l’infinita ricchezza che è il Signore. Lui è Colui che abita nella cella più segreta della nostra anima; ascoltare la sua parola e metterla in pratica è proprio quel lasciare che tutto il proprio essere, tutte le proprie energie, tutte le proprie emozioni e i propri sensi si rivestano dell’amore operoso di Dio così che risplenda tutto il nostro essere. Dire solamente: “Signore, Signore”, non basta perché la preghiera separata dall'Amore che opera è solo un miraggio e forse anche solo menzogna. Gesù Cristo sarà davvero il Signore solo se il cuore dei credenti si farà simile al suo che per primo ha costruito la sua casa sulla roccia dell’amore del Padre compiendo fino in fonda la sua volontà. Nella tempesta della sua Passione, i venti del tradimento, dell'odio e dell'abbandono hanno soffiato con violenza e si sono abbattuti su di Lui. La pioggia precipitata violenta sottoforma di paura, di tortura, di sofferenza e di morte, ha creato torrenti impetuosi che si sono precipitosamente avventati sulla sua vita, ma Lui non è stato annientato e il terzo giorno, nella tersità di quella mattina di Pasqua, è risorto vivo in mezzo a noi. All’indomani dell’incendio della Cattedrale di Notre-Dame di Parigi, lo scrittore cinese naturalizzato francese François Cheng ha sottolineato come quell’incendio non ha distrutto la cattedrale “fatta di pietre vive perché lì il cuore non ha mai smesso di battere". Penso che questa affermazione sia davvero invito per tutti a farsi sempre più "pietre vive" nella fede per non vivere più incollati alla polvere della rovina e della distruzione, ma liberi sulla via dell’amore di chi compie la volontà del Signore.
