Tutti i Santi e Commemorazione di tutti i fedeli Defunti
Quasi a soccorrere la nostra incredulità e la nostra povertà di immaginazione, la parola di Dio mostra l'orizzonte entro cui immergere e collocare la nostra preghiera. Nella pagina dell'Apocalisse con la quale Giovanni ci prepara a riconoscere l'importanza decisiva del momento del giudizio, irrompono parole inattese e luminose: «Ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide». Una moltitudine immensa che ha fatto ritorno a casa. Riascoltandole nella festa di tutti i Santi e vigilia della celebrazione di tutti i fedeli defunti, queste parole ci appaiono ancora meglio in tutta la loro luce. È pagina che dà un respiro straordinario alla speranza di tutti; è futuro che vuole raccogliere tutti là dove ciascuno è conosciuto e atteso, là dove nessuno possa più sentirsi straniero ma soltanto figlio. Questo è l'orizzonte con cui Giovanni ci consegna lo sguardo sulla vita e il cammino dell'umanità tutta, ed è proprio questo sguardo che immediatamente muove sentimenti, muove ricordi di affetti, di volti perché è Parola che provoca un’eco anche in noi. Come non pensare che in questa «moltitudine immensa» che la scena grandiosa di Apocalisse presenta, siano presenti anche i volti delle persone a noi carissime, coloro di cui ancora oggi ne avvertiamo l'assenza. È dunque pagina che indirizza la nostra preghiera al Signore per i nomi a noi cari che ricordiamo a uno a uno; nomi e volti ormai trasfigurati e chiamati alla contemplazione di Dio. Dopo la prova, dopo il passaggio attraverso le mille croci di una esistenza i cui cocci delle sofferenze e delle fragilità rimangono ancora disseminati in noi, la vittoria della Risurrezione conduce alla vita beata con Dio affinché, come dice Paolo scrivendo ai Corinti: «Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,28). Siamo posti così davanti alla nostra eternità, siamo posti come trasfigurati nella santità che la pagina del Vangelo delle Beatitudine invita ad avere. Tutti cercano la felicità, ma c’è davvero la convinzione che la sete di felicità, inscritta nella nostra umanità, coincida con la vocazione alla santità? Essa, è vista sempre fuori dalla nostra portata e quasi ci fa paura; ammiriamo i santi, ma l'audacia, la libertà anche l’austerità di alcuni di loro, ci spaventano. Le Beatitudini, vera e propria carta della vita di ogni discepolo di Cristo, sono state poste da Gesù per questo nostro traguardo come invito alla felicità. Nove volte da Gesù viene ripetuta la parola “Beato” e alla fine Gesù stesso chiude con un invito alla gioia: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Chi ci parla, ha l’autorevolezza che non si discute perché le beatitudini le ha vissute in modo vero e fino in fondo. Il povero di spirito, il puro di cuore, l'amante fino alla morte della giustizia, il mite, il misericordioso è Gesù. Nel discorso della montagna Gesù rovescia ogni logica umana di orgoglio e di potere; chiama beati coloro che consapevolmente scelgono la sua sequela anche fino alla croce significata dal martirio che li toglie dalla mondanità perché vivono della povertà del Vangelo che apre alla mitezza e alla purezza, apre alla giustizia e alla pace che porta alla misericordia. Questa è la «moltitudine immensa» della pagina dell'Apocalisse che ora, rivestiti dello Spirito del Risorto, sono vivi «davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide» come un unico coro che, assieme agli angeli, lodano Dio e l’Agnello Vivo. Gesù promette questo; non solo promette la consolazione, la pienezza, la sazietà, la felicità futura in questa vita terrena perché, proprio perché è terrena è destinata a scomparire, ma promette la santità qui e ora nel cammino che si realizza nel tempo e nello spazio. È la vita di ciascuno che fin da ora viene radicalmente chiamata ad essere trasformata nell'incontro con Lui. Ma se le immagini sono necessarie, noi però non viviamo in un mondo di immagini. Le beatitudini non appartengono al mondo delle immagini; Gesù ci riporta alla realtà quotidiana in cui ci sono poveri da aiutare, tristi da consolare, affamati da sfamare, vittime di violenza da salvare, pace da ristabilire, anche se, tutto questo fare, può portarci ad essere vittime di incomprensioni o addirittura anche di persecuzioni. È in questo modo di rapportarci e di relazionarci con gli altri, che c'è la felicità a cui Gesù chiama: una felicità inimmaginabile, perché è al di là di ogni immagine.
Ecco che allora il volto dei santi acquista per noi i contorni del volto stesso di Cristo. Quanti poveri di spirito, quanti miti, quanti misericordiosi, quanti puri di cuore ci hanno preceduto e lasciati e che ancora ci chiedono di fidarci della parola del Signore perché quella è la strada giusta che fa arrivare ad essere in quella moltitudine che fa ritorno al trono dell'Agnello, fa ritorno a Colui che tutti conosce per nome. L’invito è di accogliere questa pagina e non chiudere mai la domanda su come noi stiamo vivendo le beatitudini del Vangelo; è domanda che deve essere aperta fino alla fine del nostro cammino come ha fatto Paolo che guardando alla sua vita, ha quelle stupende parole sulla salvezza che il Padre opera in Gesù. La domanda retorica a cui non può seguire risposta: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?», chiede a tutti di saper rileggere la propria vita alla luce del dono di Gesù ed il dono della sua Pasqua in ciascuno di noi. È parola di un uomo stupito, grato, commosso che mette in evidenza la ricchezza del dono ricevuto «dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore», quell’Amore del Padre che ci vuole tutti figli nel suo Figlio. Custodire così nel nostro cuore queste parole, significa avere la Speranza vera ed autentica che permette di continuare a camminare sulle nostre strade perché consci che il nostro orizzonte è davvero luminoso. «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro» dice Giovanni nella sua prima lettera (1Gv 3,3); è la speranza l’atteggiamento umile e sincero che amplifica il desiderio sia dell'ascolto che del procedere. Oggi ci sembra davvero bello che la speranza guidi la fede e lo faccia nell’umiltà di riconoscersi pellegrini che elevano la propria preghiera per tutti.
Non c'è nessuna enfasi, nessun eccesso, semmai l'eccesso è la profondità dell'amore di Dio per noi, è questo che ci salva, è questo che ci consente di ricordare nella fede, con profonda gratitudine e con viva speranza, di poter essere trasfigurati per essere insieme anche noi a coloro che ci hanno preceduto. Questo è l’incoraggiamento, la motivazione che ribalta ogni fatica e fa camminare sulla strada della salvezza. Poi davvero lasciamo che i pensieri, gli affetti, i ricordi attraversino la nostra memoria in queste liturgie e siano custoditi nel segreto del cuore di ciascuno, ma quelli che emergono dall’ascolto della Parola di Dio, è bello che sappiano diventare pensieri di tutti. Il Signore continui a custodire i nostri cammini, Lui che vigila e veglia, Lui che da ombra ai suoi figli nel cammino della vita.
