Gesù Cristo Re dell’universo – Anno C
Dn 7,9-10.13-14; Sal 109; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

IIIQua2025Ultima domenica dell’anno, solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo. Un anno liturgico si chiude con l’invito a fissare il nostro sguardo sulla signoria di Cristo Re di tutta la storia umana. Questa è la domenica che permette il passaggio fra un tempo che si chiude che chiede di fare il bilancio del nostro cammino ed un futuro di attesa per un venire che si annuncia. Ci dice il Vangelo: «Quando il Figlio dell’uomo verrà»; è l’apparire a tutti del Signore Gesù nella sua signoria che però, è una signoria che Paolo, nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, collega alla Croce e alla Risurrezione di Cristo. Vi è espressa in quel venire, una chiamata universale: c’è proprio tutto il mondo, e quindi non solo coloro che hanno conosciuto il Signore, ma tutte le genti! Diventa allora davvero prezioso il Vangelo che ci presenta la scena grandiosa del Giudizio. Il vertice di un percorso, di un cammino quale è quello della vita, deve necessariamente fare i conti con questo evento. Gesù, con questa parabola, ci dice che certamente il giudizio sull’uomo ci sarà e la relazione avuta nei riguardi del prossimo sarà l’ago della bilancia agli occhi di Dio. Ma è anche Vangelo che ci racconta di una sorpresa: la regalità del Risorto è nascosta nella storia di tutta l’umanità. Il Giudice seduto «sul trono della sua gloria» svela davvero l’uomo all’uomo (cfr GS 22), facendolo però alla luce della sua Croce in modo che appaia chiaro il volto che emerge. Chi rimane infatti come figura ultima, non è quella di un regnante nella solennità e nel prestigio nella sua forza e vigore, chi rimane come figura ultima, è la figura del più piccolo, quello più trascurato raffigurato, lo abbiamo sentito, dai volti spaventati di forestieri male accolti e spesso umiliati, in quelle guance smunte di affamati, in quelle labbra secche come un coccio di assetati inariditi dalla vita, in quei corpi nudi e infreddoliti, in quelle membra piagate e sofferenti giacenti in letti di dolore, in quei visi incattiviti dal male commesso e ristretti dietro sbarre privati della loro dignità e della loro libertà.

È davvero incredibile ma quel Re è lì nei luoghi meno santi e regali della storia, la nostra storia. Allora, se il volto è davvero ciò che vi è di più nudo e di scoperto e che rivela l’altro esposto e vulnerabile, il Vangelo oggi ci dice che quel volto è la traccia dell’Infinito, il luogo in cui si manifesta la totale alterità di Dio. Non tenere conto di questo, fa compiere passi verso uno spiritualismo solo fine a se stesso che fa pensare che i cammini preferenziali e intimistici che dicono “solo io e il mio Dio”, siano l'unica relazione vera da vivere. Gesù rompe questo bipolarismo; ci dice che non c’è possibilità di rapporto reale con Dio che è Padre, se non attraverso la carne fragile abbandonata del povero bisognoso che è fratello e per questo anche figlio. Quanto hai fatto per questi volti, per queste persone, l’hai fatto a me ci dice Gesù. Il giudizio vero, dunque, è sulla relazione nei riguardi dell’altro all’interno della quotidianità delle vicende terrene. La questione dell’incontro con il Signore si rivela non come esperienza che appartiene solo ed esclusivamente al culto, ma come evento vissuto che dal culto prende le mosse e avvia alla concretezza della cura all’altro. La pagina del Vangelo si fa esortazione affinché tutti si pongano nella via giusta del bene; il Signore vuole che tutti ricevano in eredità «il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo». Se parlare di chi ha fame, di chi ha sete, indica lo stato in cui una persona è e vive, allargarne lo spettro significa guardare e vedere orizzonti diversi dal semplice bisogno materiale. L’aver fame non significa solo la mancanza di cibo, ma allargando l’orizzonte, scopriamo la fame di dignità, di giustizia, di verità; scopriamo la fame anche solo di una piccola parola o di un semplice sorriso. La bellezza di questo Vangelo è che, più che acuire i sensi di colpa - e un po’ se siamo onesti con noi stessi, questo oggi deve accadere – questa pagina, mette nel cuore il desiderio di riuscire a fare ancora di più di quello fatto sino ad ora. L’amore, la carità come la chiama Paolo nel suo stupendo inno (cfr 1Cor 13), non è solo teoria ma è concretezza, è visibilità dell’altro, della carne e sangue dell’altro che viene presa seriamente. Allora siamo portati anche noi a chiederci come hanno fatto tutti: «Signore, quando ti abbiamo visto?» che è il chiedersi che deve guidare la nostra riflessione per l’anno che va chiudendosi, ma anche l’incoraggiamento a cercare meglio per saper riconoscere la presenza di Gesù nel volto del fratello che ha il volto segnato dal continuo bisogno e che misteriosamente richiama il Volto sfigurato dell’Uomo che allarga le braccia per morire sulla Croce dando proprio tutto se stesso. È invito ad alzare il nostro sguardo, ancora tenuto troppo basso e rivolto prevalentemente su di noi, per riuscire a scorgere quel Volto nei volti dei fratelli che chiedono attenzione, ed essere aiutati a ricompattare la nostra vita riannodandola sempre più a Cristo, inizio e centro autentico della nostra fede. Solo così riusciamo ad accettare anche su di noi il giudizio che è di Dio il cui sguardo è di Colui che ama sempre e infinitamente. «Alla sera della vita saremo giudicati sull'amore» (Giovanni della Croce), ma possiamo dire anche: giudicati dall’amore. Ci guarda Colui che per noi è morto e per noi è risorto, nulla di più dolce, ma nulla di più esigente e penetrante. Il senso del peccato per noi è scoperta di un tradimento, di una non corrispondenza sul piano dell’amore. Nella liturgia odierna, l’ultima parola del testo di Daniele dice che: «il suo regno non sarà mai distrutto»; ecco, il Signore Gesù è il Re che non sta difendendo niente perché il suo regno è semplicemente il Suo Amore vero, che è eterno. “Il tuo volto Signore io cerco”, ci dice il salmo 26 (27); donaci Signore, la forza e la capacità di progettare, la capacità di lasciarsi coinvolgere, la capacità di fare giustizia ai bisognosi senza limitarci all'elemosina. Aiutaci a vivere la sincerità, la bontà, la docilità dell’amore verso tutti e il perdono verso chi non ci ama e ci trafigge con le sue malignità. Davvero questo sia per noi il dono che scaturisce dalla Parola di oggi.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy