I DOMENICA – ANNO A
Is 51,4-8; Sal 49; 2Ts 2,1-14; Mt 24,1-31

IAvvento2025L'inizio del nuovo anno liturgico è caratterizzato da un messaggio di speranza. Il nostro sguardo è chiamato a volgersi al futuro, volgersi ad un orizzonte che si presenta non chiuso ma aperto alle nostre possibilità. Dio per bocca del profeta Isaia invita a far nostre le sue parole: «Ascoltatemi attenti […] La mia giustizia è vicina, si manifesterà la mia salvezza». Certo il testo presenta situazioni a dir poco sconvolgenti: «la terra si logorerà come un vestito e i suoi abitanti moriranno come larve», ma l’invito è quello di guardare «la terra di sotto» non come persone atterrite, ma come persone che riescono ad elevarsi nell’animo così da non essere schiacciati da quegli eventi. È chiesta dunque, un’attesa che deve essere colmata e chi può colmare il vuoto sempre presente nei nostri animi? Dio! Isaia usa l’immagine della giustizia di Dio. È come se descrivesse una nascita, una fioritura e una crescita. Parla di fiducia, di speranza nel suo braccio; certo il profeta si sta rivolgendo ad un popolo schiacciato e oppresso dall’esilio che conosce insulto e scherno, popolo a cui è stata tolta ogni possibilità di celebrare il culto nel tempio, ma quel germe di fiducia e speranza che viene chiesta, permette a tutti a predisporsi nel rimettere a posto il telaio della propria vita. La giustizia di Dio è la fedeltà infinita alla propria Parola, è il suo Amore che non conosce cambiamenti nel tempo perché sempre indirizzati all’uomo. Il profeta chiede la fiducia, chiede di avere la speranza nel compimento della Parola di Dio; essa davvero annuncia che tutto ciò che risulta essere sofferenza per l’insulto, per gli scherni, per le tante fragilità che proprio non si riescono più sopportare, ebbene, tutto questo cesserà perché, dice il profeta: «La mia giustizia durerà per sempre, la mia salvezza di generazione in generazione». Non può durare la lontananza, non può essere questa la via che Dio vuole per il suo popolo, e allora, la promessa è proprio questa. «La mia giustizia è vicina, si manifesterà la mia salvezza; le mie braccia governeranno i popoli»; il germe della giustizia è incluso nel seme (cfr Gv 12,24), è incluso nel Bambino che dovrà nascere, è nei passi dell’amore con cui quel Bambino crescerà per benedire tutta la terra con le sue braccia allargate sulla Croce. E la testimonianza di san Paolo segue ciò che il Profeta ha detto e presenta il ritorno di Cristo.

Paolo non nega i problemi, anzi, li chiama per nome, li evidenzia con forza, e tuttavia invita i suoi, e in loro oggi anche noi, ad aver fiducia, a praticare la speranza che porta a riflettere su ciò che si ha dentro, su ciò che si è ricevuto da quella chiamata originaria, dal Vangelo di Cristo che li ha e ci ha raggiunto, dell'amore sincero di Dio di cui, anche se subito non lo riconosciamo, si è fatto esperienza. Paolo dice che, se si continua, se si persevera nell’essere fedeli alla chiamata degli inizi, si è parte del popolo che attende il Signore, che ha sete del Signore. Scrive: «A questo egli vi ha chiamati mediante il nostro vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo». Questa è la risorsa che vale la nostra speranza; qui comincia l’Avvento. E un altro aiuto a percorrere questo sentiero ce lo dà il Vangelo anche se, più che aiuto, sembra essere un trattamento d’urto. È davvero pagina difficile, ma è pagina attraversata da un aspetto che è importante trattenere perché il proposito di queste parole non è tanto quello di descriverci il futuro, ma è l’invito a orientare il cuore al futuro di Dio. Non il come, il quando, il dove ci deve appassionare, ma ci deve appassionare la fiducia nel ritorno del Signore. Matteo vuole stimolare la comunità cristiana a lasciarsi abitare dalla presenza di Gesù Salvatore qui e ora. Usa immagini vivide e suggestive che richiamano tutti a rimanere sempre svegli e a pregare perché è adesso che Cristo viene. È Vangelo che chiede di reagire all’apatia, all'indifferenza e alla stanchezza che possono impadronirsi delle comunità. Le immagini forti invitano a svegliarsi, a stare in piedi, a vivere l'attesa aperta di Cristo che porta al mondo il compimento quando ritornerà nella sua gloria. Questo è ciò che siamo invitati a fare nell’anno liturgico che si dispiega nei nostri giorni; un anno che chiede il cammino costante per avvicinarsi sempre di più al giorno del Signore. La nostra storia personale, quella della Chiesa e quella del mondo, è abitata dalla forza e dalla vita stessa di Dio nel suo Verbo incarnato; Gesù è sempre presente e vivo in mezzo a noi, così che ciò che conta di più, ciò che è essenziale, è ciò che merita l'investimento del cuore e della vita, e questo è messaggio positivo e non triste, è messaggio che non mette paura e invita alla fiducia e alla speranza. Ecco, l’Avvento ci aiuta in questo: alzare il capo con fiducia perché il nostro Dio viene per rimanere con noi. L'Avvento è questo, l’Avvento è il tempo che chiama a uscire da tutti i nostri centri costellati da cose vane che la tignola e le tarme consumano, per essere rivolti alla Vita che viene che è davvero l'Essenziale. L'Avvento viene per disporre i cuori ad accogliere la novità promessa dallo stesso Gesù quando dice: «manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli». Radunati nella Vita vera, quella che non ha tramonto. L'Avvento è il cielo che si apre, ma non siamo noi ad andare da Lui, è Lui che ci viene incontro e accompagna i nostri passi affinché nel Figlio dell'uomo, sia davvero la nostra pienezza! Il giorno del Figlio dell'uomo è il sorgere della giustizia che riunisce ciò che sembra impossibile: noi, tutti, gli uni con gli altri e gli uni davanti agli altri. Il bisogno di proteggersi perché spaventati e dominati dalla paura e dall’esclusione, non sarà più. Ecco, viene il Signore, viene per aiutarci ad andare oltre i nostri limiti, viene a svegliare la nostra sonnolenza, viene a liberarci dal nostro tremore che rende assai gravoso ogni cammino. Noi siamo coloro che aspettano nel desiderio dell’incontro. L’Avvento è proprio il tempo del desiderio che apre alla preghiera, il nostro unico "potere" su Dio che ci è dato da Dio stesso. È desiderio che apre la nostra interiorità affinché Dio possa entrare. Preghiamo dunque che il desiderio ci tenga costantemente attenti affinché la deriva della corrente mondana non ci trascini via. Maranatha, Signore vieni; vieni per non lasciare che diventiamo come quelle pietre che andranno distrutte. Affinché la corrente di acque tumultuose del male e di tutte le provocazioni che la mondanità suggerisce, non ci attraggano, Gesù chiede di fissare il nostro sguardo su ciò che rimarrà: la croce come dono inesprimibile dell’amore di Dio agli uomini. Allora possiamo davvero metterci in cammino per l’Avvento, e questo avvenga per ciascuno di noi, avvenga per la nostra comunità nel mondo di oggi. Sia davvero un Avvento carico di desiderio a condurci all’incontro del Natale.

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