II DOMENICA DI AVVENTO – ANNO A
Bar 4,36-5,4; Sal 99; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18
Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvici, per ricevere la grazia di Dio: è là che ci si svuota, che si scaccia da noi tutto ciò che non è Dio e che si vuota completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare il posto a Dio solo… Il deserto è indispensabile. È un tempo di grazia. È un periodo attraverso il quale ogni anima che vuol portare frutti deve necessariamente passare. Le sono necessari questo silenzio, questo raccoglimento, quest’oblio di tutto il creato in mezzo ai quali Dio pone in essa il suo regno e forma in essa lo spirito interiore. (P. CHARLES DE FOU-CAULD)
«Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare», inizia così il Vangelo di oggi; gli avveni-menti riguardanti Giovanni e Gesù sono collocati in una cornice precisa di ordine storico e geogra-fico e nella storia di allora, ritenuta universale, si inserisce l’avvenimento che passa inosservato ai più. Dopo lo sguardo su Roma e della Palestina, l’attenzione dell’evangelista si concentra su un particolare inavvertito ai grandi del tempo quali Tiberio Cesare, Erode il grande, Anna e Caifa: «La parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto». Questo è l’avvenimento: la Parola di Dio si fa vicina in quel mondo attraverso la mediazione di Giovanni nel deserto, lui è la voce. Può apparire un controsenso il luogo; il deserto è deserto, non è vissuto, il rumore aspro della vita è altrove, e tuttavia il deserto appare il contesto geografico in cui solo Giovanni Battista, in tutta la sua umiltà, riesce a dare ospitalità alla Parola di Dio. Quel «Venne» dice che il rumore delle città e il lusso dei palazzi si contrappongono alla possibilità di ascolto che il silenzio del deserto permet-te. Solo la disponibilità all’ascolto, permette all’uomo Giovanni di essere profeta di Dio, permette all’uomo Giovanni di essere il collegamento tra l’antico e il nuovo. Lui sarà la voce di colui: «che grida nel deserto: Preparate la via del Signore». Il Vangelo testimonia come lui abbia percorso tut-ta la regione della Giordania per proclamare un battesimo di conversione per il perdono dei pec-cati. La sua è chiamata rivolta a tutti coloro che si vogliono riavvicinare a Dio, per accogliere Colui che viene a condividere la condizione umana e per svelarci il vero volto di Dio che insegnerà a chiamare Padre.
È dunque dal deserto che si parte; nel deserto viene la richiesta di ascolto e nel deserto, per dirla con Carlo Carretto: “ci si lascia sorprendere da Dio” che parla al tuo cuore. Ecco che anche noi dobbiamo sentirci convocati in quel deserto; dobbiamo avvertirci invitati a entrare in questo processo di ascolto per convertire la nostra persona e preparare la via del Signore attra-verso l’opera della nostra trasformazione interiore che chiede di spezzare il nostro orgoglio, chie-de di rifiutare la menzogna, l’odio e l’ingiustizia, chiede di correggere il nostro giudizio, praticare l’umiltà, la gentilezza, la pazienza e la giustizia lasciandoci inondare dalla carità di Dio. Solo Lui, infatti, vede o, meglio, scruta il profondo del cuore (cfr. Sal 138) e sa quando ci allontaniamo da Lui. Nel deserto possiamo avvertire su di noi la sua mano paterna che chiede di alzare il nostro lo sguardo al cielo arrendendoci fiduciosi. Quanti uomini e donne sono riusciti, attraverso questo cammino, a vivere profondamente la propria fede riuscendo a forgiare un rapporto più forte con Dio. Forti della speranza che fa trasparire l’importanza e l’urgenza di aprire a tutto campo lo sguardo sull’orizzonte di Dio, il deserto sarà solo strada che conduce alla Gerusalemme rinnovata come veri “figli del Regno”. È attraverso il profeta Baruc che Dio ci regala le meraviglie del ritor-no degli esiliati. È ritorno descritto come una marcia gioiosa e trionfante che trasfigura una realtà lunga e dolorosa; ci dice il profeta che nonostante la durezza e la lunghezza del cammino, Dio por-ta il suo aiuto perché è fedele alle sue promesse e ha pietà di tutti coloro che tornano a Lui. Rag-giungere la fine di questo ritorno dall'esilio, di questo percorso di conversione allora, significa ve-dere la salvezza di Dio. Ecco il perché del deserto come luogo ultimo prima dell’avvento definitivo del Logos, della Parola di Dio. È Lui la salvezza promessa a ogni uomo, in Lui l'amore di Dio è uni-versale, cioè, destinato a tutti. La Parola di Dio che scende sulle rive del Giordano, risuonerà fino ai confini del mondo e oggi, si unisce a noi all’interno del tessuto a volte monotono della nostra vi-ta quotidiana. È vero, la storia del popolo amato dal Signore ci insegna che la strada del ritorno dall'esilio è spesso rallentata dalle cadute e a volte anche dalle ritirate che si alternano ai pro-gressi. Preparare le vie del Signore allora, chiede che la nostra conversione che ci stacchi dalle nostre stesse fragilità che rallentano il cammino per accogliere Gesù che è Via, Verità e Vita (cfr. Gv 14,6). E come Giovanni Battista, anche Paolo ci esorta di entrare in quel territorio in cui alle parole seguono i fatti: «Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo». Ci dice Paolo che, se noi teniamo davvero lo sguardo sul volto così ospitale e magnanimo di Dio, ne veniamo contagiati. Non si può solo celebrarla la generosità di Dio, occorre che anche noi ope-riamo come Lui ci ha insegnato. Se riconosciamo che l’opera di Dio nella nostra vita è stata effica-ce, la nostra vita non può più essere piccina e rinchiusa nel confine della nostra persona, ma il no-stro cuore deve essere in tensione, deve essere preoccupato di alzare lo sguardo così da incontra-re il volto di Dio nel volto del fratello che ci sta accanto. Quel volto bisognoso educa il nostro cuo-re ad uno stile accogliente che ci permette di «portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi»; educa all’umiltà di saper dare senza ricevere; quel volto bisognoso permette di essere davvero una comunità ospitale che accoglie «gli uni gli altri» come anche noi siamo stati accolti da Cristo «per la gloria di Dio». Paolo ha sguardo totalmente su Gesù, e quello sguardo gli detta parole che chiedono di andare oltre la propria persona, oltre le proprie fatiche. Il Vangelo ci ricor-da che la nostra vita è intessuta e impastata con il bene e con il male e Il Battista non chiede dei piccoli gesti, ma chiede di cambiare dentro: ogni spazio vitale è luogo per sperimentare la salvez-za di Dio. Andare in profondità e il profondo, è la vita concreta che è fatta di relazioni umane in cui condividere, in cui non abusare del potere in cui non usare violenza. Giovanni il Battista non propone una morale minimalistica ma propone una spoliazione dalle potenze che ciascuno si co-struisce abilmente; propone una spoliazione che porti ogni uomo a ritrovarsi “impotente” davanti a Colui che è più forte, al Messia che viene con il fuoco e che libererà definitivamente dalle po-tenze di morte. Giovanni proclama con fermezza di non essere il Cristo ma di essere servo di quell’immersione in acqua che spoglia dalle proprie potenze mettendo ciascuno dinanzi alla pro-pria verità di fragilità e di peccato per farsi riempire di gioia vera. È dunque Vangelo che scuote; è pagina povera che ci è detta da un povero, da una voce che grida nel deserto, ma sono parole pie-ne di una luminosità che viene da lontano. E questo è il dono e la grazia della seconda tappa del nostro Avvento, allora, è bello far nostro il saluto di Paolo: «Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace»; sia davvero così per ciascuno di noi.
