III DOMENICA D’AVVENTO – ANNO A
Is 35,1-10; Sal 84; Rm 11,25-36; Mt 11,2-15
La settimana scorsa, Giovanni Battista ci ha invitati alla conversione e a dare frutto, i testi di questa terza domenica d'Avvento ci invitano a vedere il frutto più bello che il mistero del Natale, il mistero di Dio con noi, deve produrre in noi: la gioia. Il testo di Isaia non manca di insistere sulla chiamata alla gioia che deve suscitare in noi la venuta del Salvatore, il Redentore, il Dio con noi, l’Emanuele. Il profeta non parla a persone alle quali tutto va bene, ma a persone che sono smarrite nel loro cuore e dice loro: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio […] Egli viene a salvarvi». Lo sguardo del profeta Isaia potrebbe davvero accendere la domanda: accadranno davvero cose così grandi? Tutto ciò che è stato detto sembra davvero inimmaginabile per lo stato in cui quel popolo vive: il ritorno ad una felicità, ad un benessere, soprattutto il ritorno ad essere popolo, dopo lo smarrimento e la perdita dei suoi riferimenti quale il Tempio e il culto. Isaia annuncia che è Dio stesso a venire e viene per salvare. È dunque messaggio che va contro ogni ragione e logica visto lo stato in cui quel popolo versa e se ci pensiamo quel pensiero è un po’ anche il nostro oggi. Anche oggi infatti si vivono situazioni di estremo disagio per le tante guerre presenti sulla terra tanto che alcune voci si levano per dire che è soltanto una illusione la promessa di felicità e di pace come quella del profeta Isaia; di più, si levano voci che dicono che la fede stessa nel Salvatore è anch’essa un'illusione che non fa andare avanti. E se guardiamo al Vangelo, colpisce che persino Giovanni Battista, voce che aveva annunciato fino all'ultimo che questa promessa è ormai alle porte, che Colui che attendiamo è tra noi, che occorre preparare le strade, aprire il cuore, Giovanni, ha ancora bisogno di sentirsi rassicurato, e manda a chiedere: «Sei davvero tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?». È pagina per tanti aspetti umanissima, che dice come la parola di Dio, creduta, amata, vissuta fino in fondo, convive con le nostre paure, con le nostre incertezze, soprattutto quando si tratta di futuro, di vita o di morte, e quest’annuncio ci sembra così difficile che accada perché quello che si sperimenta ogni giorno sembra non andare nella direzione di cui il profeta ci ha parlato.
La risposta che Gesù dà agli incaricati mandati da Giovanni: «Andate a dire a Giovanni quello che vedete e che udite», conduce oltre la sua e nostra attesa. La promessa Dio la compie non come si era immaginato il Battista, ma la compie in Gesù, facendoci dono del suo Figlio Gesù che rifiuta lo stile del Messia annunciato dal Battista. Lui è Messia che annuncia con le sue opere la tenerezza di Dio; è Messia che vuole incontrare ciascuno perché lo ritiene un essere insostituibile. «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano», è infatti l’espressione della tenerezza di Dio che viene a incontrare l'uomo che si è perso. Ecco allora che l’Avvento diventa il tempo dell’attesa per accogliere non un “Dio lontano”, non un “profeta”, ma Dio stesso che nella Persona di Gesù, rende la vista quando siamo ciechi, che ci fa camminare quando siamo zoppi, che ci purifica quando siamo contagiosi, che ci fa udire quando siamo sordi, che ci fa vivere quando siamo come morti, perché: «Ai poveri è annunziato il Vangelo». Gesù si propone bussando alla porta del nostro cuore sapendo che siamo noi ad avere in mano la maniglia che apre il nostro cuore. Si presenta così il Signore, si presenta con opere che annunziano che l’esilio è terminato; si presenta dicendo a noi tutti, ai nostri poveri cuori, che siamo amati perché figli anche se ancora una volta noi lo abbiamo dimenticato.
Siamo davvero nel cuore di questo tempo propizio, e queste sono parole essenziali per il nostro cammino perché invitano allo stupore per l’orizzonte a cui si è chiamati; un orizzonte grandioso e affascinante per i nostri poveri occhi: «vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio». Queste sono parole che alimentano la speranza che aiuta ad attraversare i nostri momenti difficili del nostro cammino. Ciò che ci è chiesto è di ascoltare e guardare che sono le azioni indispensabili per deciderci affinché, comprendendo la direzione verso cui andare, ci possiamo sentire meno soli. «Dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete», non è solo invito, ma è ammonimento, è esortazione a crederci con tutto il cuore. Solo chi si riconosce smarrito, comprende la forza di quella Parola che incoraggia ad andare avanti a non fermarsi sulle proprie fragilità, perché Colui che viene è Signore della storia. L’incoraggiamento viene da Lui e noi lo facciamo nostro per ritrovare la strada giusta pur essendo consapevoli della nostra fragilità. Dio per bocca del profeta Isaia, invita al coraggio, parla di una strada possibile, di un futuro, spinge a non lasciarsi incatenare dalla tirannia più pericolosa, quella della paura che blocca ed impedisce di camminare, e opera la chiusura e l’isolamento in se stessi. «Coraggio, non temete»! È il motivo di questa giornata, è il refrain che aiuta, che dice che l’aiuto non è l’illusione di una propria potenza, ma l’aiuto è Dio che si china su di noi facendosi piccolo per incontrarci. È Dio che incessantemente e costantemente è in cerca di chi è smarrito (cfr. Mt 18,12-14); è Dio che in Gesù Cristo si fa compagno di cammino in questa umanità fragile e spossata. È sempre Dio che sempre spiazza i nostri pensieri, sorprendendoci e forse anche disorientandoci per il nostro bene. Giovanni Battista ha vissuto tutto questo e si è rasserenato anche quando la mano del boia era già armata. La «profondità della sapienza» di Dio ci dice Paolo, trasforma il duro rifiuto di Israele in una condizione per evangelizzare i pagani, e da loro, la parola di salvezza tornerà sul popolo eletto, perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili». Questa è la gioia semplicemente e stupendamente unica: il Dio con noi e qui, presente agli occhi del nostro cuore che apre orizzonti sconfinati. La gioia nasce dalla visione di questo mondo in costruzione, di questo regno in costruzione, dalla fede nel Dio di Gesù Cristo che sempre è all'opera in questo mondo (cfr. Gv 5,17) per portare salvezza anche se sfugge ai nostri occhi. Come il coltivatore vede nei piccoli germogli dell'inverno la promessa di un raccolto futuro, anche noi abbiamo segnali che ci vengono dati e che chiedono di aprire gli occhi del cuore. Dobbiamo uscire da noi stessi e aprirci per gioire della nostra fragilità soccorsa. Ecco il modo con cui il Signore si relaziona con ciascuno di noi; ecco come invita a riconoscerlo, ad accoglierlo, ad ospitarlo con il suo Vangelo. Lasciamoci segnare profondamente da questa attesa; anche a noi viene detto: «Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete». Chiamati ad essere testimoni e questo dovrebbe essere l'approccio di ciascuno di noi in questa stagione dell'Avvento per accogliere la gioia del Natale, ma sarà veramente così?
