L’atmosfera liturgica della festa dei Santi Innocenti Martiri chiude il trittico di feste che la liturgia pone subito dopo il giorno di Natale e ci invita a contemplare il mistero della Parola Incarnata nella sua totale ampiezza che porta al Mistero Pasquale, cuore dell'anno liturgico e di ogni liturgia. Il ricordo della strage degli Innocenti Martiri che rappresenta il punto culminante di questo trittico, è anticipato dal primo giorno dopo il Natale di Gesù, dal ricordo di Santo Stefano il primo martire della storia cristiana. In mezzo, onoriamo San Giovanni evangelista, colui che nei suoi scritti, evidenzia come la croce sia già presente, sia già piantata accanto al presepe. «I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno, finisce per toccare tutti gli altri. Così la via che parte da Betlemme procede inarrestabilmente verso il Golgota, va dalla mangiatoia alla croce» dice santa Teresa Benedetta della Croce al secolo, Edit Stein. Così, ancora oggi, come ogni anno, la Chiesa sveste i suoi paramenti bianchi – colore della pienezza e della gioia - per indossare il rosso del sangue dei Martiri come Stefano e i bambini di Betlemme e Giuda crudelmente massacrati. Questi ultimi, come i tanti innocenti nel nostro mondo di oggi, non hanno voce per difendersi o sono impossibilitati a difendersi perché l voce gliela tolgono. Certamente tutte le stragi degli Innocenti, quelli di ieri ma anche quelli di oggi, può ispirare sentimenti di rivolta e possono persino essere un ostacolo alla fede. Albert Camus, scrittore e filosofo francese, premio Nobel della Letteratura nel 1957, nel suo romanzo “La Peste”, fa dire al dottor Rieux che invano ha curato un bambino colpito da peste: «Mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati». Anche Dostoevskij nel suo romanzo “I fratelli Karamazov” si chiede il perché del dolore innocente dei bambini. Dostoevskij fa dire a Ivan Karamazov al culmine di una accesa discussione sul perché dell’esistenza della sofferenza dei bambini: «Io affermo fin d’ora che tutta la verità non vale un tale prezzo e a Dio restituisco con tutto rispetto il biglietto». Sembra proprio non interessare che in futuro Dio spieghi il perché di tutta la sofferenza, perché nel frattempo i bambini sono stati privati della gioia e della spensieratezza loro connaturale e resi vittime di estrema sofferenza. Il sacrificio degli Innocenti ci pone davanti al mistero del male e dell’ingiustizia che offende profondamente la sensibilità e la ragione umana.
Non esiste una risposta che sia ragionevole al mistero del male e della sofferenza. E Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia, scienze sociali, umane e della formazione, dell'Università di Perugia, arriva a dire che “Anche la fede non sa rispondere alla domanda sul perché un bimbo piccolo, innocente, debba soffrire o morire”. Penso che solo mettendosi in ginocchio davanti all'immagine del Crocifisso, l'Innocente perfetto senza peccato, solo mettendosi ai piedi della Croce di Gesù, si può con fede, leggere gli eventi della storia, le tragedie della storia, senza sprofondare nella disperazione. È proprio perché teniamo lo sguardo fisso al Crocifisso che riusciamo a contemplare anche quel Bambino che è posto nella mangiatoia onorato dalla schiera di Innocenti Martiri. È la Croce che rende la morte di Gesù un sacrificio d'amore che apre il cielo a tutti. Quando Gesù muore in Croce, non è solo la sua vita a prendere significato, ma anche quella di tutti coloro che Gesù ricapitola nella sua offerta, cioè tutte le vittime innocenti che misteriosamente partecipano al suo sacrificio redentore. Se la Chiesa ha avuto l'audacia di celebrare i Santi Innocenti di Betlemme molto presto, è perché è nata dalla Pasqua di Cristo la cui morte e risurrezione pone gli innocenti strettamente uniti a Lui loro difensore davanti al Padre. In questo senso si può “accettare” il martirio di Stefano prima e degli Innocenti poi; la lotta tra bene e male, tra odio e perdono, tra menzogna e verità, tra gentilezza e violenza che hanno trovato sbocco nel sacrificio di questi Martiri, sono le stesse ragioni che hanno condotto alla Croce Gesù Cristo. Allora il ricordo di Stefano prima e degli Innocenti poi, invita tutti a far cadere la falsa immagine del Natale buonista che è dentro di noi, per riportarci al significato più autentico dell'Incarnazione di Gesù che collega Betlemme al Calvario. La salvezza divina lotta contro il peccato attraversando la stretta porta della Croce. Questa è la via che Gesù mostrerà chiaramente ai suoi discepoli: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 10,22), e questa è la «comunione con il Padre e con suo Figlio Gesù Cristo» a cui San Giovanni evangelista invita tutti affinché tutti possano avere pienezza di gioia (cfr. 1Gv 1-4). Non tutti sono chiamati come Stefano e come i bambini Santi Innocenti Martiri a seguire il Signore con il martirio, ma certamente tutti sono chiamati ad essere come Giovanni, invitati cioè ad aspettare ed ospitare nell'intimità dei nostri cuori, la visita dell'Amato, la visita del Logos che facendosi Carne, viene a realizzare la nostra speranza di una vita piena sulla quale la morte non avrà più alcun controllo. Il Natale allora è il compleanno della Vita per tutti coloro che si aprono al mistero della Parola fatta carne. Lì siamo incoraggiati a credere che, più cerchiamo lo sguardo di Gesù, più ne ascoltiamo la voce, più impariamo a individuare le sue orme nella nostra vita quotidiana, più saremo in grado di raccontarlo a nostra volta. In fondo da due millenni san Giovanni continua a raccontarci con i suoi scritti, la forza straordinaria della rivelazione di Dio. La sua è testimonianza davvero immortale: i suoi scritti sono stati seminati in tutte le generazioni e quelle parole non sono rimaste solo “parole scritte”, ma si sono tramutate, si sono trasfigurate in “vite scritte” dallo Spirito del Signore nel cuore delle generazioni. Sono forti le emozioni che si provano in queste liturgie; la drammaticità di ciò che sta al centro dell'annuncio che dalla Notte santa si dipana via via nei giorni del martirio di Stefano, del martirio degli innocenti, è anche eco della storia del nostro tempo e allora capiamo meglio che cosa vuol dire aver la possibilità anche quest'anno di celebrare il Natale del Signore. Lui è dentro questa storia, la nostra storia; non se ne distoglie, abita la fatica e il dolore, abita la morte, abita l'attesa dell'uomo. Guardando a Lui sarà possibile riconoscere che la sapienza di Dio apre il cuore di ciascuno per indirizzarlo alla Vita vera, quella originaria che il Figlio Unigenito è venuto a restaurare. Allora è bello anche per noi fermarsi e guardare così il presepe.
