II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA - ANNO A
Nm 20,2.6-13; Sal 94; Rm 8,22-27; Gv 2,1-11

IIDopoEpifania26Il brano del Vangelo di oggi, si chiude con la frase: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù»: l’inizio dei segni, il capostipite, l’archetipo che fa da fondamento, che fa da base a tutto il suo operato; questa è la ricchezza di significato che il termine “inizio”, archè porta con sé. La tradizione cristiana lo pone tra i segni che dicono l’epifania, il manifestarsi di Gesù, il Figlio di Dio ai discepoli e in loro, all’intera umanità. La liturgia di oggi dice che la verità dell’uomo non è mai il male, ma è la gioia, è la felicità; il male, il peccato, la fragilità che invade tantissimo la vita umana, non è la verità originaria, ma è il fuori che insidia tutto il nostro essere. Lo dice bene la Lettura che mostra come il cammino nel deserto logora la speranza e mina la libertà del popolo. Dopo l’esultanza dell’uscita dall’Egitto, ecco il momento di crisi, di fatica, di mormorazione, di ribellione nei confronti del Signore che il Libro dei Numeri evidenzia. Mosè e Aronne sembrano essere contagiati da questo; certo, loro guidano il popolo ed è anche per loro faticoso affidarsi fino in fondo, non toccano, non vedono, non hanno garanzie immediate e la fatica del cammino appare con tutta evidenza come una mancanza che offusca la gioia. Ma Dio è presente a loro e dona l’acqua che disseta e ristora. Anche il Vangelo che oggi riceviamo, sembra condensare la mancanza nell’affermazione: «Non hanno vino». La gioia per la festa di nozze tanto attesa rischia di venire meno per la mancanza di uno dei requisiti della festa stessa: il vino. L’aiuto insperato ma presente è Maria che si fa mediatrice tra gli ospiti, suo Figlio e i servitori. A Cana lei è per gli altri, interviene e si rivolge al Figlio amato dicendogli: «Non hanno vino». Percepisce il problema che si presenta e si fa interprete e intercede affinché il suo amato Figlio, raccolga il bisogno e operi per sanare la situazione. La fede dei suoi inizi condensata nella frase : «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1, 49), ora è fede che la fa aprire all’altro. E Gesù sorpreso, si avverte come spinto ad operare affinché la gioia del banchetto di nozze non venga meno. È davvero il momento di trasformazione per la vita di tutti. Quella di Maria perché non tiene per sé il dono di quel Figlio, ma lo porge agli altri: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela», così che anche gli altri possano essere chiamati a dare la propria adesione alla Parola; e quella di Gesù che ora, è invitato dalla madre a manifestarsi. E Maria, la serva del Signore, la madre di Gesù, solo ora può ritirarsi così che l'azione possa prendere avvio e lei possa contemplare e ricevere la gloria che si manifesta nel Figlio e che per tanto tempo ha meditato e tenuto nel proprio cuore. Colpisce davvero l’obbedienza dei servi. L’invito di Maria trova in loro casa agendo secondo la parola di Gesù; riempiono le anfore d'acqua, attingono da quelle anfore un po’ del loro contenuto e lo consegnano al direttore del banchetto affinché lo assaggi e quell’acqua che ne frattempo è diventata vino, sorprende talmente il direttore del banchetto che ha parole di meraviglia nei riguardi dello sposo.

Se ci pensiamo bene, le parole di Gesù non mostrano l’immediatezza di qualcosa che si impone in modo evidente come è un miracolo che fa aderire; le parole di Gesù, richiedono lo spazio dell’adesione di fede! I servi non vedono l’acqua cambiata in vino e tuttavia si adoperano affinché quelle parole diventino l’evento; Gesù era solo un invitato, non aveva funzioni direttive, eppure, quei servi, hanno agito dietro la sua parola. È fatto che chiede di essere pensato e meditato così da coglierne il vero significato che permetta l’avvicinamento a Gesù che è venuto per abitare i luoghi e le situazioni che sono nostre. C’è la necessità di ritornare sempre alla Parola di Dio, farla depositare nel cuore così che i segni, i miracoli che Gesù compie, mostrino e manifestino a noi finalmente e davvero, la sua signoria. Nel racconto, l’elemento delle sei anfore di pietra rischia di essere solo il corollario, ma esse sono anfore usate per le abluzioni e le purificazioni dagli ebrei ed è curioso trovarne sei e in grande formato, in una casa privata in cui si festeggiano le nozze. Il fatto che assume rilevanza è che tutte sono vuote: «Riempite d’acqua le anfore»; rappresentano l'Antico Testamento che l'uomo ha abbandonato. Non è più l’Allenza vissuta nella fiducia, è Allenza che l’uomo vive in modo ossessionato dalla tensione del comparire a tutti costi come facciata bella e pura, dimenticando che non basta avere le mani e i piedi puliti se il cuore abita ancora l’impurità.
Il riempire di acqua nuova quelle anfore, dice che Gesù viene a sostituire quella religione di apparenza con la religione dell'amore e della misericordia che sarà simboleggiata dal vino nuovo dello Spirito. Di più; il numero delle anfore, sei, dice di una mancanza, dice che ancora la completezza non è raggiunta. Gesù dirà un giorno che non è venuto per abolire questa antica Legge, ma per portarla a compimento (cfr. Mt 5,17); ebbene lì a Cana, Gesù, facendo riempire quei vasi d'acqua, in filigrana mostra la verità dell’ora nuova del compimento dell’antica promessa di salvezza. È vero! L'ora di Gesù non è ancora arrivata, e prima che arrivi quell'ora Gesù conoscerà tutte le tensioni create ad arte da coloro che si aggrappano all'Antico Patto e che qui sono condensati nella figura del maestro di tavola che “rimprovera” lo Sposo per non aver seguito le regole fatte di tradizioni e usanze che sono solo umane. È dunque un Vangelo che invita tutti a lasciarsi istruire e formare dai segni compiuti da Gesù e a trarre la propria esperienza di Dio dal vino nuovo dello Spirito piuttosto che da una purezza ricercata attraverso osservanze e riti. Noi non apparteniamo all'Antico Patto, non abbiamo alcun bisogno di osservare quelle usanze superate; ascoltiamo invece Maria che ci dice: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» così da diventare a pieno titolo ospiti al matrimonio dell'Agnello. Giovanni Battista indicherà Gesù come lo Sposo e lui come l’amico dello sposo che esulta e si compiace di essergli accanto. C'è qualcosa di più desiderabile di questo? Allora, perché rifiutare, perché non accogliere con umiltà la gioia, la luce che, come per i suoi discepoli, penetra la nostra oscurità? Una scena di inizio, una scena di iniziazione; Maria stabilisce il rapporto tra la situazione che si era creata e il proprio Figlio; mobilita la rete degli attori per poi rifugiarsi nella contemplazione di Colui che inizia a esistere. Così Maria si fa modello per noi. L’epifania dell’«acqua diventata vino» avviene a Cana di Galilea luogo marginale, semplice, quotidiano come quotidiane sono anche le nostre vite! È lì, nel grigiore quotidiano che siamo amati e quindi abbiamo possibilità di accesso alla gioia che proviene dal Padre nel dono del suo Figlio Gesù Cristo! A Cana Gesù interviene per sanare alla radice la tristezza dei banchetti degli uomini e lo fa anche esagerando, sprecando. Il preludio dell’ora che a Cana si palesa, diventerà realtà vera e pienamente visibile e accessibile a tutti, nella Croce di Gesù. Lì, le vere nozze saranno celebrate e saranno nozze di sangue che l’Amore porterà all’estremo. L’augurio è che, come Gesù ha tramutato l’acqua in vino, così oggi l’acqua della nostra vita, l’acqua del nostro cuore che tante volte è acqua insufficiente e inquinata, sia trasformata dalla Sua presenza non perché facciamo grandi cose, ma proprio perché accogliamo Colui che sa trasformare la nostra vita.

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