Santa Famiglia – IV Domenica di Gennaio - Anno A
Sir 7,27-30.32-36; Sal 127; Col 3,12-21; Lc 2,22-33
Di fronte alla luce, l’umanità o scopre la sua strada o persiste a camminare nelle tenebre. La verità, come la luce, scuote sempre le nostre comodità, perché ci chiede di riesaminare i nostri modi di pensare, di agire e ancora agire. Coloro che si lasciano attrarre e guidare dalla luce comprendono meglio le proprie fragilità e hanno l’opportunità di risorgere. La Parola di Dio ci guida in questo e piace sentirlo già da subito come un augurio; il testo del Siracide dice quanto sia importante che le relazioni interne ad una famiglia siano relazioni fraterne, cariche di amore, di affetto, di stima. Se davvero l'attenzione al padre, alla madre che ci hanno generato, è davvero la concretezza di una vita che sa custodire i valori più belli e più grandi, allora l’invito ad aprire la porta agli altri, non ha più ragion d’essere, perché la famiglia, che è mistero che non riusciamo a spiegare e capire pienamente, si fa luogo della vita, luogo dell’esperienza, e là dove la vita si apre, si apre una porta verso il cielo. L’invito che Paolo rivolge ai Colossesi chiede questo; chiede di rivestirsi di ogni sentimento che permetta l’apertura all’altro vivendo così l'esperienza di famiglia. Paolo, che non è un ingenuo, sa però quanto quell’invito sia difficile da seguire; sa che la vita di famiglia, la comunità è spesso contrassegnata dalla fatica nei rapporti, e tuttavia l’invito dell’Apostolo è orientato a chiedere che quei: «sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» che portano al perdono, siano davvero l’abito che deve essere indossato affinché la propria vita, ma anche quella degli altri, sia vita vissuta bene nella volontà del Signore e sia vita degna di essere vissuta perché si ha la pace di Cristo nei propri cuori. È invito a rivestirsi dell’Unico e sorprendente Amore che, come dice Dante, “move il sole e l’altre stelle”, muove lo sposo verso la sposa in un movimento reciproco e senza finzioni; muove i figli verso i genitori, muove noi in un esodo da noi, muove Dio nel suo infinito farsi prossimo a noi. E tuttavia, il dono di Dio, Gesù Cristo in mezzo all’umanità, non ispira sempre unanimità.
Tra coloro che sentono minacciato il loro potere e coloro che vedono la Salvezza all’orizzonte, tra coloro che si ritengono autosufficienti e non bisognosi di nulla e coloro che credono che il meglio per loro debba ancora venire con Dio, tra coloro che hanno perso ogni speranza nella vita e coloro che persistono nella Speranza che conforti la propria fede, il Dio di Gesù Cristo, rimane un netto contrasto. Per Erode, la nascita del Messia è un momento di angoscia, turbamento, paura e dubbio sul suo potere, ma per l'anziano Simeone, l'incontro con il Messia è lo scopo stesso della sua esistenza. Simeone uomo di fede, mosso dallo Spirito Santo svela quel Figlio così sorprendente, e lo fa con parole di profezia profonda, parole che vanno dirette al cuore dei credenti: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Non solo viene nobilitata l'offerta di Maria e Giuseppe, ma è nobilitata in modo straordinariamente alto, l'Offerta stessa, perché Colui che viene presentato è il Figlio unigenito di Dio che tutti possono accogliere e offrire perché Dio per primo ce lo ha donato. Quanta energia possiede quel Bambino e che sguardo penetrante avverte su di sé Simeone! Agli occhi del mondo esterno, sembra solo un bambino, ma il suo Spirito sposta le montagne e libera vite a lungo trattenute. L’energia di quel Bambino ha schiuso una Parola a lungo trattenuta e nascosta, Parola meditata e custodita tra le pieghe di una preghiera nel Tempio che a volte scorreva come un fiume e a volte si scontrava con l’impazienza di secoli che sembravano far dimenticare l’antica promessa. È Bambino che, pur non avendo ancora Parola, chiede di essere abbracciato così che l’uomo giusto possa sciogliere il proprio silenzio. È grazie a questo incontro che Simeone è diventato la parola del Vangelo per le generazioni a venire. Il racconto di Luca non dice nulla del suo passato o del servizio che svolge nel Tempio. Parla di un uomo profondamente religioso, «uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele e lo Spirito Santo era su di lui». Così Simeone con la sua vita, stabilisce il legame tra l'antica e la nuova alleanza, tra il lungo tempo dell'attesa e il breve incontro! Egli è il modello dell'uomo che: «mosso dallo Spirito», si apre all'azione di Dio. Espressione della speranza dell'Antico Testamento, Simeone raggiunge la meta della sua esistenza: l'incontro con il Messia. Riconosce Gesù, non nello splendore della sua potenza, ma in un Bambino bisognoso di tutto nelle le braccia della Madre. Ci insegna il Vangelo che, quando apriamo il cuore, Dio ci riserva la sorpresa dell'Incontro, quello che costantemente attendiamo e che anche a noi, non è del tutto sconosciuto. Siamo invitati continuamente al discernimento e a un impegno sempre rinnovato per essere anche noi docili allo Spirito per incontrare la tenerezza e la misericordia di Dio. Simeone insegna come ricevere quel Bambino così piccolo, ma immensamente grande nell’amore tanto che, i nostri occhi potranno essere solo su di Lui e non più rivolti solo su noi stessi. Se ci pensiamo bene, il Signore accompagna la nostra vita con tanti “piccoli”, tanti umili che chiedono di spostare il nostro sguardo da noi e di orientarlo verso la vera luce, quella che a volte abbaglia per richiamarci o il più delle volte, serenamente illumina il cammino che sta davanti ai nostri passi di oggi. E insieme a quel Bambino, accogliamo la Santa Famiglia; accogliamo Maria, la madre che ancora riesce a stupirsi: «delle cose che si dicevano di Lui»; Madre che meditando ogni passo compiuto accanto a quel Figlio, riuscirà a camminare fin sotto la Croce. Accogliamo Giuseppe, lo sposo divenuto padre di un Figlio non suo presentare quel frutto dell’Amore incondizionato di Dio all’umanità, portare l'offerta dei poveri. Per lui, due piccole colombe, e noi oggi, forse qualche sospiro di preoccupazione, qualche seme di pazienza, qualche parola di fede sincera. Così anche noi con Simeone, benediciamo Dio che mette nelle nostre mani tutta la speranza del mondo, la lampada dei nostri passi, la salvezza del suo popolo. È Lui, infatti, che continua a guidare ancora oggi verso la Sua pace la nostra vita quotidiana affinché, possiamo incontrare e sperimentare che, la verità di Dio, il suo Kairos che è Grazia capace di dare vertigini in questo cammino che oggi ci sembra svolto nel buio che avvolge una fede sempre più messa in discussione dall'esaltazione della violenza che produce sofferenza. Sia davvero Incontro che ci rende davvero "donne e uomini nuovi" che sappiano cantare e restituire evidenza al Vangelo nel nostro tempo.
