Penultima Domenica dopo l’Epifania - Anno A
Bar 1,15a; 2,9-15°; Salmo 105; Rm 7,1-6a; Gv 8,1-11
Collaboratore del profeta Geremia, il profeta Baruc ha parole veramente splendide che invocano la grazia del perdono a partire dalla consapevolezza che questo popolo ha tradito tante volte, ha dimenticato il Signore mille volte, non è stato all’altezza dei suoi doni, ma ha la libertà di implorare, di intercedere e di incoraggiare. Anche lui si trova tra i deportati, anche lui vive il dramma dell’esilio, toccando con mano la perdita di ogni punto di riferimento: tradizione, tempio, città, casa, terra. È dunque nell’umiliazione di una deportazione come schiavo, ma allo stesso tempo, ha la lucidità di riconoscere l’infedeltà alla Parola di Dio e come la loro vita si fosse allontanata da Lui. È in una situazione così buia, una situazione che sembra non aver un minimo di futuro, nasce la preghiera “allontana da noi la tua collera”. Da dove viene questa preghiera? È domanda che pone interrogativi su passi ancora possibili per riscoprire la speranza abitare ancora il proprio cuore. È proprio perché nei meandri del proprio cuore esiste ancora instillato il volto di Dio e della sua bontà, la speranza nella clemenza di quel Dio che li ha tratti dalla schiavitù dell’Egitto, fa volgere il proprio volto verso il Volto della misericordia. E il profeta se ne fa carico. È dunque un passo che accende speranza per ogni situazione di vita; dice che non esistono spazi per la disperazione insuperabile perché il Signore si è fatto riconoscere tramite la sua bontà e misericordia.
È brano che permette l’invocazione che aiuta ad accendere la speranza in ogni situazione di vita, perché non esistono vuoti che il Signore non sappia colmare, non esiste disperazione che il Signore non sappia lenire. Ce lo dice il Vangelo. È passo davvero superbo questo che narra Govanni. La Clemenza divina si fa a noi contemporanea ed è bello che il brano cominci con la frase: «Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi». Questo è luogo di intimità con suo Padre, questo è luogo del silenzio e della solitudine in cui Gesù nella preghiera trova la sua sorgente, la sua intimità con il Padre mediante lo Spirito. «Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio»; dopo aver parlato con il Padre, Gesù ascolta gli uomini. Davanti alla casa di Dio avviene un duplice processo. Gesù si siede ed inizia a insegnare. Gesù, che viene dalla sua preghiera sul Monte degli Ulivi, è riconosciuto dal Popolo nel Tempio come un'autorità. Tuttavia, Gesù assume, nella mente di alcuni, la postura di Mosè che insegna la Legge, sedendo davanti al Popolo in piedi e questo è intollerabile e non sopportano che qualcuno possa occupare quel posto di guida, che per loro doveva rimanere vuoto. Così conducono, a Colui che insegna al Popolo una donna sorpresa in adulterio: «Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Si scontrano due scuole di pensiero: la giustizia fondamentalmente basata sul rotolo che è propria degli Scribi e Farisei, e quella vitale e spirituale del Figlio. La discussione è sul modo di vedere Dio, di interpretare la sua volontà. Al centro è messa una donna «sorpresa in adulterio». Tutto appare chiaro: è adultera, l’hanno colta in flagrante e la legge di Mosè chiede che sia lapidata (cfr. Lev 20,10). Davanti al tempio, due persone sono rinchiuse nel cerchio del giudizio degli scribi e dei farisei: la donna sorpresa in adulterio e Gesù. Sembra essere un cerchio chiuso da cui non si può fuggire. Entrambi attendono il loro giudizio secondo la legge di Mosè: la donna per ciò che ha fatto, e Gesù per la sua parola: è donna è usata come trappola per togliere a Gesù ogni parola. Il testo del Vangelo dice: «Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo» come se la legge dovesse anticipare la Parola. La Legge è solo normativa, tutti lo sanno e lo comprendono; tuttavia, la legge parla inequivocabilmente anche degli uomini sorpresi in adulterio (cfr. Lev 20,10; Dt 22,22), ma qui, è solo la donna ad essere posta come l’unica ad essere condannata. Ciò che colpisce in questa pagina di Vangelo è che, per gli scribi e farisei che si comportano così, il peccato si elimina uccidendo chi lo compie eliminando lo spazio di Dio perché si espone Gesù ad essere soggetto di giudizio ed esclusione e non più Colui che ridona la vita. Ma «Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra»; Lui traccia linee a terra incomprensibili a tutti e lascia che il silenzio duri così da dare tutto il peso alle parole che verranno: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Ponendo questa domanda personale, si rivolge a ciascuno dei presenti che: «Se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani». Vanno via in risposta alla sola affermazione di Gesù; tutti si riconoscono peccatori. L’azione di giudizio ricade su di loro ed essi, giudicano se stessi. I ruoli sono invertiti: i giudici si accorgono di essere intrappolati nel cerchio del peccato bisognosi di misericordia come quella peccatrice. Solo allora, li lasciarono soli come in mezzo ad un deserto e il Vangelo precisa che: «la donna era là in mezzo» e questo farà dire a Sant'Agostino: «Rimasero due: la miseria e la misericordia» (Agostino, Discorso 16/A 5,25). Gesù è rimasto solo. Come un'atmosfera di Genesi, di inizio, tutto è possibile, tutto può ricominciare, tutto ricomincia. Il richiamo a partire per la promessa di vita risuona di nuovo. Gesù, infatti, pone lo sguardo su di lei per chiederle: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?», «Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Ha rischiato la morte fisica, è sfuggita alla morte del peccato e adesso può rinascere sotto lo sguardo dell'Amore. Qui viene invitata a tornare sul cammino della fedeltà. Il termine "va" pronunciato da Gesù è come se anticipasse la frase: «Liberatelo e lasciatelo andare» dell'episodio della resurrezione di Lazzaro (Gv 11,44). La donna viene liberata dalla tomba in cui era destinata a essere confinata. È libera per una nuova vita; qui il Padrone della vita ne diventa Servo e la Legge diventa "umana", così che la vita possa abitare la via della salvezza. In tutto il capitolo 8, l’evangelista Giovanni riporterà la lunga e aspra disputa tra Gesù e gli accusatori di questa donna. Parola dopo parola smantellerà i meccanismi del loro pensiero religioso deviato e accecato proprio dall’atteggiamento legalista della Legge che li porta anche alla violenza perpetrata in nome di Dio. Gesù dice loro che così facendo compiono le opere del diavolo di cui sono diventati schiavi e non le opere del Dio misericordioso, tanto che questo capitolo termina con la frase: «Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio» (Gv 8,59). Non è detto cosa accadde nella vita di quella donna dopo il suo incontro con Gesù; il Vangelo non lo dice; tutto però ritorna di nuovo nelle sue mani. Se vorrà potrà percorrere la vita nuova avuta in dono dalla Misericordia. Anche noi, fortificati dall’esperienza dell’amore di Dio, potremo essere fra coloro che Paolo indica nella Lettera ai Romani quando dice: «Mediante il corpo di Cristo, siete stati messi a morte quanto alla Legge per appartenere a un altro». Appartenere al Signore, vuol dire essere di Dio. La relazione che si stabilisce nella fede tra noi e il Signore, è una relazione di appartenenza; non è solo ricerca, è l’essere dentro l’intimità dell’Amore che si dona a tutti e che a tutti chiede di essere accolto. Questo ci chiede il Vangelo oggi. Non allontaniamoci da questo legame così da trovarci, senza meriti e amati, potremo trovarci ai piedi della Croce e poi nel giardino della Risurrezione.
