Ultima domenica dopo l’Epifania – Anno A
Os 1,9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22; Sal 102; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32

Ultima Dopo Epif 2026Tutta la Parola in questa ultima domenica dopo l’Epifania, ci parla sorprendentemente dei pensieri e dei sentimenti di Dio, a cominciare dal testo del profeta Osea. Sentimenti e pensieri espressi molto bene nella frase: «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore». Il linguaggio è quello della seduzione che vuole recuperare un rapporto incrinato. Osea, infatti, nel ricordare il peccato del popolo d’Israele che ha abbracciato una nuova schiavitù servendo gli idoli locali, mostra anche che il Signore vuole a tutti i costi recuperare quel rapporto vissuto nel deserto: “io ti condurrò lì”. Non c’è una situazione irrecuperabile per Dio; anche quando tu decidessi in cuor tuo di allontanarti, Dio non si dà per vinto, anzi, rilancia con qualcosa di grande da dirti e da consegnarti. È dunque Parola di forte luminosità, è Parola che genera speranza che Gesù rilancia con la parabola dei due figli.
Conosciamo tutti questo racconto che solo l’evangelista Luca presenta. Due figli; due fratelli che vivono il loro rapporto con il padre quasi come una costrizione; sopravvivono ma non riescono a vivere pienamente la loro vita di figli. Il più giovane pensa addirittura di arrivare alla felicità percorrendo un cammino lontano dal padre. Vuole sciogliersi da ciò che ritiene essere un vincolo o un controllo della sua vita e andando via, si sente nel pieno della sua capacità di vita. La parabola ci dirà che la sua vita sarà vita solitaria che lo condurrà a tante peripezie negative che lo trasformeranno da padrone a schiavo. Solo quando la sua condizione si farà invivibile e di estremo bisogno, si ricorda che i: «Salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!». È memoria interessata e piena di calcoli; non è memoria che fa affiorare il pentimento. Lui prepara il discorsetto per ottenere di essere riammesso in quella casa per poter mangiare: «Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Tornerà dunque con questo pensiero: non più figlio ma servo quasi a confermare il suo attuale stato. Il secondo figlio per sua stessa ammissione, pur continuando a vivere sempre in casa, si è sempre avvertito servo: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando».

È frase che mostra come anche per lui sia difficile la vita di figlio, ma sia facile la vita di servo. Poi c'è il Padre. Una figura bellissima. Da qualsiasi angolatura si guardi la parabola del Vangelo, ci si accorge che al centro c'è sempre la figura del Padre: Lui davanti ai due figli e i due figli davanti a Lui. Al figlio che dice: «Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta», il padre non dice una parola e divide i suoi beni. Chissà quanta amarezza ha provato nel suo cuore e tuttavia, proprio per rispettarne la libertà, accetta la decisione del figlio. Prova amarezza nel cuore ma sta in silenzio, lo lascia partire, ma già si pone nell'atteggiamento di colui che aspetta. Il suo è amore che non viene meno, non si stanca, è amore che mai si rassegna. È padre che attende giorno e notte che il figlio faccia ritorno, e quando questo avviene, il padre lo vede subito perché lo aspettava da sempre. A questo punto sembra che Luca non voglia fermarsi più e descrive un magnifico crescendo: è un padre che: «Ebbe compassione, gli corse incontro, si getto al collo e lo baciò»; l'amore corre, l'amore vola, non può essere fermo e neanche andare con lenta andatura quasi a soppesare le azioni da intraprendere. L'amore è la cosa più grande che possiamo esprimere, deve incessantemente crescere dentro di noi altrimenti, tutto rimane piatto e il rischio è quello di rimanere solo fedeli ma in modo glaciale. I farisei che ascoltano la parabola, che già non accettavano che Gesù faccia festa con i peccatori pentiti: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,2), mostrano di non capire il modo di sentire di Dio che fa festa per questo figlio ritornato. Il loro atteggiamento è descritto proprio dalla figura del figlio maggiore che si pone davanti al padre e non vuole entrare in casa alla festa poiché non tollera che il fratello minore ora tornato, venga trattato al pari di lui. Lo dice apertamente: «Questo tuo figlio che ha divorato le tue sostanze» non lo merita; è voluto fuggire dalle sue responsabilità e la festa rischia di creare disparità di trattamento. Il figlio maggiore non ha la capacità, non ha l'occhio allenato per vedere gli altri. Non prova relazione di figlio con il Padre perché in fondo al proprio cuore, non si avverte fratello. Il suo e forse anche il nostro, è rapporto come di un servo con il suo signore e non come di figlio. Dunque, un figlio che vuole uscire e un figlio che non vuole entrare. Se ci pensiamo è il rischio che si presenta anche per noi: sappiamo di essere figli, ma facciamo fatica ad essere anche fratelli. Come il figlio maggiore, il nostro senso di giustizia ci fa dire che tutto ciò non è giusto. La parabola interpella anche noi sul rapporto che abbiamo con Colui che chiamiamo Padre. Noi come ci avvertiamo davanti a Dio: ci avvertiamo servi, o ci sentiamo figli amati che ricevono gratuitamente? È davvero importante cercare di comprendere il nostro rapporto con Dio perché Dio è sempre al suo posto. Dio è sempre lì; ci attende per usarci misericordia; Dio è Padre che sa aspettare per raccogliere tutte le nostre lacrime, fasciare tutte le nostre ferite interiori, raccogliere tutti i nostri dubbi. Gesù, raccontandoci questa parabola, ci dice che per il Padre l’amore è totalmente altro dal nostro. È Padre che rende più libera la nostra vita e della Sua misericordia, la pazienza di Dio. Questo ci dice la parabola, Dio ha pazienza, ci aspetta per usarci misericordia, e cosa attende questo Padre? Attende che noi riconosciamo la nostra debolezza per soccorrerla; è Padre che sa attendere nonostante le ferite che la storia, le situazioni negative vissute lontano da Lui provocano ai suoi figli. A noi è chiesto di rientrare in noi stessi così che, invece di lasciare che le negatività ci pieghino fino a non poterci rialzare, possiamo fare ritorno a Lui. La chiave di svolta di questo Vangelo è proprio il riconoscimento della propria fragilità che ci porta a dire: “conto meno di una mandria di porci perché i porci valgono più di me dato che non mi è permesso neanche di mangiare le carrube destinate a loro”. È dunque testo guidato dalle dinamiche di uscita e ritorno. Ogni personaggio si ritrova in questo spaccato nella sua unicità, nella sua storia e nei suoi attraversamenti. Lì però, o si torna insieme alla Fonte da cui nasce il vero incontro, o si sperimenteranno ancora notti da affrontare! La notte della libertà, la notte dell'attesa, la notte del distacco, dello spogliamento e della povertà; la notte di relazioni tormentate da gelosia, da rifiuto e dalle sciocchezze. Il primo figlio se n'è andato in cerca della libertà e l'altro, pur rimanendo, non ha mai avuto la libertà di guardare il Padre con stupore per ciò che era anche suo. Un Padre la cui caratteristica è quella di andare incontro per farsi vicino; va incontro al primo figlio e va incontro anche il secondo figlio. È Padre che esce di casa e invita in casa affinché si abbiano notti benedette che aprono un sentiero interiore, una rilettura della verità. Essere accanto, "uno a uno" con Colui che cerca cuori e profondità; Colui che permette di vivere giorni benedetti che mostrano come il Padre rompa il muro di separazione lasciando la casa per raggiungere il figlio nella propria casa prigione e tirarlo fuori da sé e farlo entrare nella vera relazione filiale che è relazione di generosità e accettazione senza calcolo. Giorni benedetti che scavano il desiderio e lo purificano; che ci fanno entrare in un silenzio divino in cui risuona solo la voce del Padre che dice: «questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Dio ci viene incontro così; è Lui che da sempre chiama tutti alla felicità, chiama tutti a disfarsi di quel cuore di pietra che non è capace di lasciarsi addolcire dal suo sorriso.

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