III DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A
Es 34,1-10; Sal 105; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59
Lasciar andare vuol dire essere liberi non da ciò che lasci andare, ma da quello che trattiene. Il potere del distacco è la capacità di coltivare l’equilibrio nel bene e permette di creare valori con-divisibili con gli altri senza per questo farsi cambiare se colui che si incontra non ti riconosce. E ri-conoscersi vuol dire avere la convinzione di te stesso ed essere così in grado di esprimere, in te e fuori di te, tutto ciò che più ti rappresenta e ti appartiene. Il Vangelo oggi ci dice che per arrivare a tutto questo, cioè per esprimere se stesso con saggezza e paziente forza, occorre proprio impa-rare l’arte del distacco, quella che permette di comprendere ed essere vicino, senza che questo inglobi colui a cui sei vicino, o che ti cambi dentro perché entra e si ferma abitandoti, qualcosa che non ti appartiene. Per questo il distacco, quello positivo, quello che costruisce, è forma di li-bertà e fonte di crescita della propria esistenza. Allora fa pensare che, la discussione così aspra che il Vangelo ci presenta, si apra con Gesù che dice a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». È discorso che riguarda il significato dell’essere un discepolo. Il verbo rimanere ha un dop-pio significato: quello temporale, che può tradursi in "persistere" che dice la fedeltà, ma rimane-re può assumere anche il significato di abitare. La posta in gioco è alta perché riguarda tutti; la parola di Gesù si fa dimora che chiede di essere abitata. La Parola, così come lo stesso Mosè la ri-ceve, costituisce un mondo, costituisce l’Alleanza, costituisce lo spazio abitabile dagli esseri umani proprio perché il suo ascolto, il suo scendere nell’intimità, è la caratteristica decisiva di ciò che è dell'uomo. La Parola ci precede e la Parola è ciò in cui ci riconosciamo come uomini. La liturgia di questa terza domenica di Quaresima, ci dice che deve essere operato un personale incontro con la Parola che è il Signore Gesù, perché non è pensabile un cammino di avvicinamento alla Pasqua di Gesù senza che si incontri Gesù. Se la prima condizione per essere liberati è proprio riconoscere la nostra schiavitù riguardo alle nostre fragilità e miserie, la seconda è proprio quella di cedere il passo alla Parola, affinché possa, come una spada, decidere tra la verità e la falsità che combat-tono dentro di noi. Rimanere nella sua Parola allora, vuol dire praticare, essere costanti nella se-quela, essere nelle tracce di Gesù.
Non si può pensare di avere conosciuto la Verità unicamente perché si sono ascoltati dei bei discorsi come è capitato a «quei Giudei che gli avevano creduto», ma si conosce la Verità e si rimane liberi proprio vivendo la relazione con il Signore Gesù rima-nendo intimamente fedeli alla Sua Parola. C’è un richiamo in questo passaggio nella Lettura dell’Esodo. Mosè, intercedendo per il suo popolo «di dura cervice», arriva a chiedere in modo franco a Dio «che il Signore cammini in mezzo a noi». Proprio perché il Signore, scendendo dal monte, possa accendere una relazione vera con il suo popolo, occorre che ne sia svelato il nome: «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». È questo il nome da cu-stodire nel proprio cuore come qualcosa di indimenticabile. Il nome, infatti, è la cosa più grande e più personale che ciascuno possiede; esprime il volto, esprime la storia, dice la carne, racconta le radici, dice chi siamo, e Dio ci svela il suo. Ecco, Gesù, volto del Padre, scende dal “monte” di Dio per entrare nel tempio, ma scopre che nel tempio, pur ascoltandolo, non cambiano la vita: «Non siamo mai stati schiavi». Sono coloro che partendo da questa affermazione, rendono l’alleanza impossibile tanto è vero questo che il Vangelo conclude dicendo che: «raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio» quasi ad anticipare il compimento sulla Croce. Se domenica scorsa abbiamo meditato l’incontro di Gesù con la Samaritana che ha aperto strade nuove nel suo cuore; oggi invece le strade che sembravano aperte, tendono a chiu-dersi con l’indurimento del cuore al punto che c’è il tentativo di lapidazione. Non si vive il deside-rio che apre all’incontro, si vive invece la “sicurezza” di richiamarsi alle opere della Legge che mettono invece: «sotto la maledizione, poiché sta scritto: «Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge per metterle in pratica» (Gal 3,10). La religione, infatti, rischia di diventare in fretta superstizione; i figli di Israele preferiscono un vitello d’oro al Dio sen-za immagini il cui nome non può essere pronunciato; e anche i cristiani preferiscono immagini, pratiche, devozioni, novene che siano che si vede, che si tocca piuttosto che attendere Dio, cercare Dio, incontrare Dio. Qui, il tempio che immaginiamo come il luogo in cui il nostro volto si rialza sul Volto di Dio, diventa il luogo dell'ostinazione e della cecità, diventa il luogo del cuore indurito, il luogo in cui si pretende il diritto di dire che Dio è Padre senza però avere l'umiltà di implorarlo come dono e come grazia. I Giudei confessano di essere arresi senza problemi al destino mortale della vita, non cercano la Vita per sempre, non cercano Dio, non ambiscono ad un obiettivo così alto come quello di essere figli di Dio. Dice Gesù ai Giudei: «la mia parola non trova accoglienza in voi»; come a dire: non siete liberi proprio perché non vivete il distacco che costruisce perché vive-te nell’appartenenza fino a dire: «Il padre nostro è Abramo». Quanto è difficile anche per noi usci-re dalle nostre certezze, dalla nostra conoscenza, dalle nostre assicurazioni, dai nostri attaccamen-ti, dai nostri beni, dalle nostre tradizioni. Anche noi diciamo di essere figli di Abramo e affermia-mo di avere Dio come Padre, ma siamo davvero fraterni alla maniera di Gesù? Togliamoci i san-dali (cfr. Es 3) per abbassarci davanti alla croce di Cristo spogliati della nostra importanza. Libero è colui che sa volere perché vuole conoscere e conoscendo si appassiona, si dedica, si spende, si compromette con la propria vita annunciando e testimoniando la novità del Vangelo. Per questo Gesù resiste e incalza affermando che la vera forza che consente di entrare nella sterminata di-scendenza dei figli di Abramo, è quella della fede, del cammino della fede, dei passi della fede, dei gesti e delle parole che non siano semplicemente vincolo di una appartenenza etnica, cultura-le, religiosa. E questo cammino di fede è opzione aperta alla libertà di ogni uomo e di ogni donna, indipendentemente dalle sue provenienze. Questa è la buona notizia che il Vangelo di questa terza tappa del cammino di Quaresima, ci consegna. Paolo nel brano ai Galati, ha l’eccezionale conclu-sione in cui c'è tutta l'apertura di cuore e di orizzonte dell'Apostolo: «In Cristo Gesù», dice, «la be-nedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito». Ecco, siano davvero queste le parole che rimangono nel nostro cuore perché danno volto e intensità al cammino di noi discepoli verso la Pasqua del Signore.
