DOMENICA DELLE PALME – ANNO A
Is 52,13---53,12; Sal 87[88]; Eb 12, 1b-3; Gv 11,55-12,11

Palme 2026Siamo chiamati oggi a varcare la soglia della Settimana Autentica; è porta che spalanca alla profondità del mistero di Dio fatto uomo per noi, quel Dio da sempre ritenuto nelle nostre rappresentazioni, talmente lontano tanto da farci rischiare di non riuscire a cogliere che quel gesto così profondo e immensamente intenso, Lui lo compie per ciascuno di noi. L'ingresso di Gesù a Gerusalemme che è forse inatteso, si compone di gesti che hanno una forte valenza simbolica: quella di esprimere anzitutto la regalità piena di Gesù che entrando nella città santa porta a compimento l’alleanza di Dio con il suo popolo, ma anche quella di esprimere che quella regalità è davvero tutt'altro rispetto alle logiche del mondo. La regalità di Gesù è quella del Figlio di Dio fattosi uomo che umilmente e con mitezza, si fa grande perché compie fino in fondo la volontà del Padre. Infatti, la sua gloria, la sua incoronazione non sarà una corona regale preziosa per i materiali cara alla mondanità, ma una corona di spine preziosa agli occhi del Padre; il suo scettro regale saranno mani e piedi immobilizzati dai chiodi sul legno della Croce perché solo così può raggiungere ogni uomo fin dentro l'inferno dei propri abbandoni facendosi Lui stesso abbandonato affinché tutti abbiano la possibilità di risorgere con Lui. La celebrazione della Domenica delle Palme, dunque, si fa un chiaro invito ad entrare dentro questa logica che governa la settimana di Passione affinché possa diventare settimana di luce per tutti. Siamo chiamati ad entrarci però con la semplicità d’animo di chi vuole contemplare non un Dio forte e terribile, ma un Dio che si fa debole, un Dio che si rende vulnerabile e fragile al punto da sentirsi rifiutato persino dalle persone che l’hanno amato. Dopo l'episodio di domenica scorsa, la risurrezione di Lazzaro, noi abbiamo presente come la situazione nei confronti di Gesù sia precipitata: i capi dei Giudei lo vogliono morto e hanno ordinato di denunciarlo per poterlo arrestare. Gesù negli ultimi giorni della sua vita va a Betania nella casa di Lazzaro di Marta di Maria che lo accolgono e imbandiscono per lui la cena. È un Gesù che si sente consolato da quell’amicizia. Lì però avviene qualcosa di indicibile: Maria si avvicina a Gesù gli cosparge i piedi con un profumo molto costoso e li asciuga con i suoi capelli.

Da quel momento il profumo, l'aroma di quel puro nardo irrompe in tutta la casa ed è Gesù che spiega il senso di quella scena e dello sperpero di tanto denaro: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura». È come se dicesse che quel gesto, così carico di tenerezza e di consolazione, è gesto che lo aiuta, lo incoraggia ad andare avanti per quella strada che aveva intrapresa con «ferma decisione» (Lc 9,51). «Lasciala fare», è frase che sembra dire come Gesù sia pienamente uomo bisognoso di questo affetto, dell’affetto che anche uomini e donne riescono a dargli. E lì, in quella casa si mette in luce come la battaglia tra fede e sospetto, tra gratuità del dono e del calcolo, tra la vita riconquistata e l'omicidio ormai dichiarato, sia la battaglia che Gesù dovrà affrontare fino alla sua consumazione sulla Croce. Gesù vivrà quella morte come il segno vero e supremo della vicinanza di Dio agli uomini e donne di tutti i tempi e se noi oggi possiamo viverlo o intenderlo come gesto di sconfitta, in realtà non sarà così perché quella morte rappresenta il modo con cui Dio arriva ad amare ognuno di noi. Dio muore per ogni sua creatura che lo riconosce, ma muore anche per coloro che gli chiudono la porta perché per Dio tutti gli uomini sono suoi figli sia coloro che hanno ospitato nel proprio cuore la sua parola, sia coloro che hanno deciso di farne a meno. L'amore della Croce è vero perché generante di vita nuova, è vero perché ricrea vita anche là in cui tutte le circostanze raccontano di realtà di morte, di sconfitta, di fallimento. Questo è Gesù che si appresta a vivere la sua ultima settimana come uomo; Lui, il Dono supremo, arriverà ad essere peccato affinché la morte di Croce sia la morte del peccato stesso. Facendosi vicino, facendosi prossimo al peccatore, ha vissuto fino in fondo la scissione dal Padre che il peccato provoca gridandolo a Dio stesso: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato» (Mt27,46), ma ponendo nel Padre tutta la sua fiducia in quell’amore che chiama alla vita. Allora, si può capire come l’intenso profumo di nardo deve essere il profumo per la sua Sepoltura, lo sarà proprio per permettere il profumo nuovo della sua Risurrezione e sarà profumo che dilagherà oltre quella tomba in cui Gesù sarà posto. Lì annienterà l’odore nauseabondo e cattivo della morte. Oggi siamo invitati a sostare per cogliere l’aroma di questo profumo così da essere vigilanti nella speranza anche nel momento più buio e doloroso della vita di Gesù che metterà scompiglio anche nelle nostre vite. Sia davvero per noi profumo dell'amore che vince il cattivo odore della morte che non è solo quella fisica, ma delle tante morti che scelte non vere, non autentiche continuano ad abitare la nostra vita. A Betania, casa dell’amicizia, Gesù vive questa pausa di pace e di amore. Sarà davvero pausa di poco tempo perché subito dopo Gesù darà carne e sangue alla figura del Servo sofferente che Isaia ci ha presentato nella Lettura. È un canto che pur presentando una figura spiazzante ai nostri occhi per l’intensità del dolore che quel Servo affronta, tuttavia, chiama ad una intensa e profonda speranza per tutti: «Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca». Quando il Venerdì Santo accoglieremo il racconto della Passione, troveremo nel corpo di Gesù l’avverarsi di quella profezia; la troveremo nel Volto, nella Persona di Gesù come profezia pesantemente e drammaticamente realizzata, ma, e questo è davvero bello, troveremo anche l’intuizione che quel Corpo così orribilmente sfigurato davanti al quale «ci si copre la faccia», apre alla speranza a tutti i dispersi, a tutti coloro che si sentono smarriti, a chi lo cerca nelle strade della vita. È Volto che riconduce tutti a quella solidarietà che aggrega, che chiama al radicamento in quell’Amore mai venuto meno da parte di Dio. Lì troviamo casa anche noi e quando in quella casa ci si entra, questo è il Volto che si incontra; un Volto solidale e vicino anche se come dice il profeta: «non ha apparenza né bellezza». È questa la domenica che si apre sul cammino più duro della vita di Gesù, ma si apre con un profumo; non possiamo perderlo perché abbiamo bisogno anche noi di quel profumo, perché c'è tanta aria avvelenata attorno a noi e forse anche dentro di noi. Disponiamo il nostro cuore alla Pasqua tenendo fisso «lo sguardo su Gesù che dà origine alla nostra fede e la porta a compimento […] perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Eb 12,2); non fermiamoci al Venerdì Santo ma camminiamo avendo nel cuore il mattino di Pasqua.

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