VII Domenica di Pasqua – Anno A
At 1,9a. 12-14; Sal 132; 2Cor 4,1-6; Lc 24, 13-35
La collocazione liturgica di questa domenica tra l’Ascensione e la Pentecoste suggerisce una chiave di lettura intensa e diversa. Gesù è asceso al cielo e una nube lo ha nascosto agli occhi dei discepoli, è nascosto ai nostri occhi anche da una distanza storica, ma non è questa la distanza grave; la liturgia di oggi con il racconto di Luca in particolare, ci dice che la distanza grave non è tanto quella degli occhi che non vedono Gesù, la distanza grave, quella che deve essere corretta è quella della qualità dei nostri pensieri, dei nostri desideri, delle nostre speranze di riconoscere Gesù presente accanto a noi. L’Evangelista Luca sembra proprio mettere in scena la nostra stessa storia, i percorsi umani che attraversano le nostre speranze deluse o i fallimenti che creano nei nostri cuori il disordine e quella sensazione confusa di abbandono o vuoto che rende il nostro cammino più difficile. Ma ciò che il passo di Emmaus vuole sottolineare, è che per il Signore, la disperazione o il fallimento non hanno l'ultima parola; il Vangelo ci dice che un cammino di resurrezione è sempre possibile per ciascuno di noi. Attraversare la barriera della delusione, della non speranza e della rassegnazione è possibile a chi si incammina sulla strada verso Emmaus. Per noi, incamminarsi sulla strada verso Emmaus, ha il significato di essere dei discepoli che lasciano le delusioni, le insicurezze, le fragilità che le tortuosità della vita spesso presenta, per camminare accompagnati da Gesù che ci guida verso quell’orizzonte nuovo che solo il Risorto può indicare. Emmaus, allora, diventa quel luogo che non può essere localizzato come luogo fisico, ma luogo esistenziale; un luogo in cui tutti sono invitati a lasciar cadere quelle presunte certezze che alla fine portano solo delusioni, fallimenti, precarietà.
Emmaus è il percorso che ogni persona che vuole crescere nella fiducia, è chiamata a compiere; Emmaus è ciò che fa sperimentare la finitezza e la mancanza così da lasciarsi coinvolgere totalmente dal Risorto perché Gesù in persona si avvicina per camminare con noi. Si avvicina; proviamo ad immaginare di vederlo avvicinarsi a noi con piccoli passi e con discrezione, come un viandante che si trova già sulla nostra stessa strada, pellegrino umile che non svetta sopra di noi dalla sommità della sua Risurrezione! Ecco cosa ci consegna il Vangelo oggi: Gesù prima di parlare con noi, è già in cammino con noi anche se i nostri occhi non riescono a riconoscerlo, non riescono a definirlo. Solo dopo arriva il momento della domanda che vuole portare pace e calore al cuore: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». L'argomento è davvero delicato per la delusione che ha provocato ai due viandanti; non è tanto la sorte di Gesù ritenuto: «Profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo» a segnarli, quanto lo sconforto per quella morte che li ha privati della sua Presenza: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Il bello però è che il Pellegrino incalza i due: «Che cosa?». Questa è la domanda liberatoria che apre un ampio spazio per i due discepoli e che permette loro di passare dalla narrazione dell'esperienza che li ha resi così tristi a rallegrarsi nei propri cuori. L'importanza del ricordo è l'atteggiamento cristiano fondamentale; ogni volta che in un momento di dubbio e prova abbiamo il coraggio di dire: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele», ecco che Lui è già lì che cammina con noi sulla stessa nostra strada per riscaldare i nostri cuori e aprire le nostre menti alla comprensione delle Scritture della Bibbia, ma anche delle scritture delle nostre esistenze, così da condurci prima alla condivisione con Lui che si fa Pane e poi la condivisione della speranza con i nostri fratelli e sorelle, così da testimoniarlo come Vivo e Presente in mezzo a noi. Questo è ciò che ci dice il Vangelo oggi; compiere un percorso non programmato a priori; un percorso che ridà fiducia in Lui così da aumentare la capacità di andare avanti nonostante la prova. E questo passo è richiesto a qualsiasi età, in qualsiasi momento anche nel crepuscolo della nostra esistenza quando il giorno ormai sta lasciando spazio alla sera e alla notte della vita. Allora, prendere la strada verso Emmaus è, prima di tutto, offrirsi come luogo a Dio; è invitare Gesù al nostro tavolo che è l’ordinarietà della nostra esistenza. Il Vangelo ci dice che Gesù è Presenza che non si impone, che non condanna mai il fallimento, ma lo accompagna sempre con il suo sguardo di tenerezza e di amore. Certo, chiamerà anche noi: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!», ma lo fa con amore per rivelarsi Presenza che vuole scrivere con noi e assieme a noi, la nostra vita. Gesù vuole intrecciare le linee delle nostre esistenze, vuole camminare lungo i percorsi delle nostre storie come Presenza clemente che rispetterà sempre i nostri sbandamenti e le nostre fragilità anche di fede, per rincuorare e aiutare a raddrizzare i nostri risentimenti e le nostre miserie che da soli non riusciamo a superare. Questo è il paradosso del nostro Dio misericordioso che in Gesù si è fatto uomo come noi per essere sempre accanto a noi. Ecco perché spetta a noi scoprirLo nei nostri incontri, nei nostri gesti di fraternità, nelle nostre parole scambiate in verità. «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» chiedono i discepoli ormai rincuorati ed è la richiesta che ancora oggi, in questa domenica dopo la sua Ascensione, in questa domenica in cui quella nube lo nasconde ai nostri occhi, come preghiera si eleva dai nostri cuori. Ma, l’essere pellegrini chiede anche di non rimanere seduti a quella tavola di Emmaus, chiede di saper tornare a Gerusalemme con il cuore ardente di Emmaus. Tornare a Gerusalemme per riprendere il nostro posto come discepoli tra altri discepoli testimoni del Cristo Risorto. In verità ogni incontro ci invita a fare questo viaggio su noi stessi, a rivisitare la nostra vita, a rileggerla con occhi di fiducia e non di disperazione. Tornare a Gerusalemme non significa chiudersi al proprio passato, ma osare credere che un passato fallimento, non condanna il futuro. Tornare a Gerusalemme significa in ultima analisi cercare segni di una resurrezione già in atto nel nostro mondo, ecco perché è nostro dovere ricordare e rileggere la nostra storia. La fede è sempre viaggio di amore e umiltà, è viaggio di fiducia, di speranza e di fedeltà al Dio che nel Figlio Gesù, continua a farsi accanto a noi per camminare con noi. Conversione che trasforma la sera, ancorché segnata dall'oscurità e dal dubbio, segnata dall'agonia per tutte le sventure subite, segnata anche dal nostro tradimento e dall'abbandono, quella sera, si trasformi in gioia e pace in quel Pane spezzato. Insegnaci, Signore, a diventare segni attivi della tua Resurrezione perché la vera Vita è lì.
