IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 63,19b-64,10; Sal 76; Eb 9,1-12; Gv 6,24-35

IVDopoMartSanGio2026Quale situazione di cuore, di animo ci rimanda la liturgia della Parola di oggi, a cominciare dal testo del profeta Isaia che è pagina bella ma che forse reputiamo ormai lontana. Tuttavia, se facciamo più attento il nostro sguardo alla situazione e ai sentimenti che abitano quel popolo, non faremmo fatica a riconoscere come quelle, siano situazioni che anche oggi albergano nella vita di tutti i giorni. Il ritorno dall’esilio che aveva portato con sé luce, continuità di speranza, adesso sembra esaurirsi. Affiorano fatiche, affiorano fragilità personali che causano affanno nel vivere la propria esistenza. Non è dunque, pagina lontana, è pagina indicativa anche del nostro tempo che vede vivere cadute di tono, ricorrenti fragilità, promesse fatte e non mantenute. Ecco perché il testo del profeta Isaia ci è vicino, e ci è vicino anche nella preghiera accorata che presenta e che si fa anche la nostra preghiera: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». È riconoscere che anche noi, donne e uomini del terzo millennio, siamo costantemente costellati dalla fragilità e dalla fatica e che per questo, abbiamo bisogno del Signore. Lui, infatti, apre ad un futuro che non è futuro di sconfitta e di morte, ma futuro che spalanca un orizzonte ai nostri confini di vita: «Tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma». È preghiera dell’uomo e della donna che attraversano la storia; è preghiera che fa riconoscere come Dio, proprio perché è Padre, conosce i nostri nomi e per questo si china sul suo popolo per soccorrerlo. È pagina quindi che introduce la novità del Vangelo: il Padre offre a tutti il suo Figlio. I cieli si sono squarciati e il dono del Figlio Unigenito si è fatto concretamente carne e sangue in Gesù Cristo. E a questo Dono, l’umanità rappresentata dalla folla, si avvicina in modi diversi. È un po' come in una storia d'amore in cui i due si incontrano di nuovo perché è avvenuto un primo incontro che è rimasto nella memoria di tutti. Ecco allora che questo secondo incontro conta davvero: una storia inizierà davvero a prendere forma o, al contrario, questa storia sarà già terminata. Tutto dipende dalla qualità dell'aspettativa reciproca, dall'apertura al futuro di ogni persona, dalla verità delle parole scambiate. Gesù vive la libertà del profeta ed evidenzia l’atteggiamento della folla: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati». Sembra proprio essere una situazione che appare già corrotta nonostante che la domanda della folla: «Rabbì, quando sei venuto qua?» racconti il loro modo di vivere, racconti il loro modo di indirizzare la discussione al proprio interesse. Se fossero in sintonia con Gesù, la loro domanda (visto il segno prodigioso compiuto da Gesù), sarebbe sul come seguirlo, sul come cercare il Regno coinvolgendosi totalmente, ma dicono: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». È domanda che mostra un "lavoro": «fare le pere di Dio»; non sono parole che coinvolgono il loro essere, delineano una semplice questione di metodo, ma Gesù si rivela ugualmente e nonostante tutto, indica il passaggio richiesto: «Che crediate in colui che egli ha mandato».

Intrappolati come sono in una rete di legami che rendono difficile seguire il «Rabbì», Gesù richiede la fede del credere nel Padre. È dunque richiesta una trasformazione che renda capaci di credergli, di seguirlo, di riceverlo e di essere liberati per vivere la vera vita, quella che il Padre continuamente offre. Gesù chiede che questo sia il passaggio che trasfigura la vita di ciascuno affinché si possa vivere la sequela di Colui che è già presso Dio: «il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Accettare questo Pane, accettare che la propria vita sia riconosciuta in questo Pane, fa compiere progressi; i segni sono compiuti affinché la libertà di ciascuno possa ricevere un aiuto ancora più profondo. Allora non ci si accontenta più della preghiera antica del popolo: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!»; no, i cieli sono già squarciati e Dio, quel Dio ritenuto lontanissimo e Terribile, che: «Toglie il respiro ai potenti» ed è «terribile per i re della terra», (Sal 76,13), si è reso accanto al suo popolo visibilmente nella persona di Gesù Cristo. Domenica scorsa abbiamo accolto l’identità di Gesù nella sua umanità. In un altro passo del Vangelo Gesù stesso dice che «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (cfr. Gv 4,34). Anche Gesù ha vissuto una trasformazione data dal suo rapporto con il Padre; una trasformazione che segnerà il suo pieno senso di appartenenza, la sua completa obbedienza al Padre. Questo è ciò che Lui vivrà nei giorni della Passione. Trasformazione, impronta, obbedienza che poi sono trasmesse agli uomini per essere da loro ricevute. Ecco, ci è chiesto di accogliere ciò che è dato e di accoglierlo nella fede affinché anche noi possiamo vivere in questo modo. Gesù è pienamente consapevole dell'azione del Padre verso di lui e verso di noi, sa che tutta l'avventura umana non può realizzarsi perché corrotta dal peccato; anche la manna aveva la sua caducità, tanto che essa doveva essere raccolta ogni mattina e non si doveva farne scorta. Il cuore, dunque, è chiamato a trasformarsi aiutati dal potere dell'amore, della fede, della speranza; è necessario per ciascuno che, come il dono della manna veniva reiterato ogni giorno, così ogni giorno, il dono della speranza venga alimentato e inciso sempre più in ognuno di noi, e questa trasformazione non può avvenire senza l'azione diretta di Dio che in Gesù Cristo, porta l'umanità alla piena relazione con Lui. «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!», dice che Gesù è pienamente consapevole di essere l'Unico aiuto per ciascuno perché Lui è il Figlio che dà la sua vita. Egli lo sa e lo dice; ci chiede di credergli, si offre a questa relazione con ciascuno affinché, chiunque si avvicini a Lui, sarà accolto da Lui, nutrito da Lui, guidato da Lui. Egli è il Passaggio più che il Segno, porta che introduce il Regno tra noi. Nei deserti della nostra vita, noi soffriamo la fame di Pane vero e la sete di acqua che zampilla; queste carenze ci mettono costantemente sulla strada per andare a quel pozzo, nell’ora più calda del giorno, per placare la nostra sete e così trasformare il nostro anelito, il nostro desiderio di futuro, in piccoli piaceri così da perdere il Pane della Vita. Siamo invitati ad accogliere ciò che gratuitamente ci viene dato e che non può mai essere preso o strappato; ci è chiesto di fidarci, di credere sempre in Colui su cui: «il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Se è di Lui che abbiamo fame e sete, è Lui che soddisferà i desideri dei nostri cuori. Sia davvero questa la nostra eredità che sazia per l’eternità.

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