DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO - ANNO A
Bar 3,24-38; o Ap 1, 10; 21, 2-5; Sal 86; 2Tm 2,19-22; Mt 21,10-17
«Nulla è mai stato più intollerabile della libertà per l’uomo!»; sono le parole che Dostoevskij met-te in bocca al Grande Inquisitore nel suo romanzo “I Fratelli Karamazov” e sono parole che provo-cano profondamente quando ascoltate. È vero, la libertà ci affascina e nello stesso tempo, ci spa-venta, lo dobbiamo riconoscere. Essere liberi significa scegliere, assumersi delle responsabilità, rinunciare a qualche sicurezza e accettare che la nostra vita possa essere messa in discussione. Il Vangelo propone la cacciata dei mercanti dal tempio ad opera di Gesù. Gesù non si limita a conte-stare un abuso: entra nel luogo dell'incontro con Dio e interrompe tutto ciò che rischia di trasfor-mare quell'incontro in un meccanismo, in un'abitudine, persino in uno scambio di interessi. È ge-sto preceduto dall’agitazione della città che chiede: «Chi è costui?». Sarà la folla a rispondere: «Questi è il profeta Gesù». La gente vede in Lui un profeta, qualcuno che parla a nome di Dio, qualcuno capace di risvegliare le coscienze. Il profeta per sé è totalmente libero perché non rive-la del suo, ma ha dentro di sé la Parola di Dio e l’annuncia con la propria vita e Gesù è totalmente libero anche dalle attese della folla. Non è il Messia che la gente si costruisce. Quando la folla vuole farlo re, egli si sottrae (Gv 6,15). Quando cercano di ridurlo a colui che risolve i bisogni im-mediati, egli annuncia un Regno che va oltre il pane materiale. Quando Pietro tenta di allontanar-lo dalla prospettiva della croce, Gesù non accetta che l'affetto del discepolo diventi un ostacolo al-la sua missione (Mt 16,21-23). Ecco perché interviene nel tempio; la sua libertà nasce dalla rela-zione con il Padre e dalla fedeltà alla sua Parola. Se il tempio è il luogo della preghiera che dice un incontro, allora non può diventare luogo in cui l'uomo pretende di assicurarsi la benevolenza di Dio attraverso pratiche esteriori, senza lasciarsi realmente trasformare. È bene allora chiedersi cosa distingue l’autoritarismo dall’autorevolezza. L'autoritarismo pretende obbedienza; costringe, intimidisce, impone il silenzio. È cosa radicalmente diversa dall'autorevolezza che è il vivere nella verità, nella coerenza, nella capacità di testimoniare ciò che si annuncia. Gesù è autorevole pro-prio perché la sua parola e la sua vita non sono separate. Non annuncia un Dio misericordioso e poi agisce per interesse personale; non chiede agli altri di rinunciare ai propri privilegi mentre cerca di difendere i propri. Non cerca il consenso a ogni costo, la sua libertà consiste nel non vive-re la schiavitù del piacere ad ogni costo, della paura dell’opinione altrui, della paura di perdere prestigio.
È libero perché anzitutto appartiene al Padre e poi perché il suo amore per l'uomo è più forte del desiderio di essere approvato. Un genitore può ottenere obbedienza attraverso la paura, ma non può per questo aiutare il proprio figlio a diventare persona libera e responsabile. Un edu-catore può imporre una regola, ma se non ne testimonia il significato rischia di trasmettere sol-tanto conformismo. Una comunità cristiana può difendere le proprie consuetudini, ma se non sa accogliere, ascoltare e perdonare rischia di difendere la propria organizzazione più del Vangelo. La misericordia di Dio non è debolezza e soprattutto, non approva tutto. L’autorevolezza è la forza di chi sa dire la verità senza smettere di amare; è la forza di chi corregge senza umiliare e ac-compagna senza dominare. L’autorevolezza ha bisogno di riconoscersi nell’umiltà di vita che tutto accoglie perché riconosce che tutto è donato. San Francesco ha vissuto così; ha vissuto una libertà profondamente simile a quella di Gesù non perché abbia semplicemente imitato alcuni suoi com-portamenti, ma proprio perché ha cercato di lasciare che il Vangelo trasformasse il suo modo di desiderare, di scegliere, di possedere, di relazionarsi e persino di affrontare la sofferenza. Paolo, nella seconda lettera a Timòteo, parla di una casa grande nella quale ci sono recipienti destinati a usi diversi. Chi si purifica vivendo il Vangelo lasciandosi trasfigurare, è il vaso destinato all’uso no-bile, santificato e pronto per ogni opera buona. L'Apostolo invita a fuggire le passioni disordinate e a perseguire la giustizia, la fede, la carità e la pace. Non ci chiede di essere persone impeccabili prima di poter servire, invita a lasciarci continuamente purificare; invita a riconoscere ciò che dentro di noi ostacola il bene così da rendere la nostra vita sempre più disponibile a Dio. Chiede di aver cura del tempio che è il nostro cuore, chiede di non riempirlo di idoli nascosti da presunte buone intenzioni. Profanare il tempio che è l’uomo è davvero l’azione più infelice che si possa compiere perché si dissacra il tempio di Dio. Dio cerca cuori disponibili che si fanno vasi nobili. Non basta dire di appartenere al Signore: occorre che questa appartenenza venga testimoniata dalla libertà dell’autorevolezza nel modo in cui ascoltiamo, parliamo e trattiamo gli altri. Gesù con il suo gesto forte, vuole provocare una rottura e mettere in discussione un modo di vivere che è standardizzato nelle pratiche religiose che non portano alla relazione con Dio. Gesù non si lascia paralizzare dalla paura delle conseguenze. La libertà di Gesù non è arbitrio che lo porta a compie-re ciò che vuole senza preoccuparsi delle conseguenze; è libertà orientata al bene, capace di dire no a ciò che distrugge la relazione con Dio e con gli altri e non ha bisogno di dominare per essere forte. È lo stesso Gesù che vive la sua Passione, non usando il potere per sottrarsi alla propria mis-sione; vive la sua Passione non restituendo violenza a chi lo ferisce, ma amando fino alla fine an-che quando l'amore diventa costoso. Questo è il criterio che permette di distinguere l'autorevolez-za evangelica dal semplice esercizio del potere; Gesù è in sé Via, Verità e Vita (cfr. Gv 14); non trasforma l'altro in un nemico da distruggere, ma lo invita a seguirlo ed è talmente coerente con se stesso che, piuttosto di forzare la mano a qualcuno, si pone fuori. Il Vangelo ci dice che Gesù la-sciò i capi dei sacerdoti e gli scribi e: «uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte» (Mt 21,17). Un esilio volontario di Dio dal tempio di pietra e dalla città che non lo vuole accogliere e quest’esilio sarà preannuncio del suo ingresso nel vero tempio spirituale. Il pericolo che l’edificio chiesa, luogo della grazia, dell’ascolto, della supplica, della lode, del pentimento, luogo nel quale mediante il battesimo si viene inseriti nella vita eterna, luogo nel quale pieni di gioia pronunciamo i nostri sì e nel quale sommessamente portiamo i nostri morti per l’ultimo saluto, oggi, come ai tempi di Gesù, rimanga solamente edificio. Chiediamo al Signore di donarci il coraggio della sua libertà, di donarci la sapienza di riconoscere ciò che ci rende schiavi e l'umiltà di lasciarci tra-sformare. Chiediamo che ci insegni a esercitare l'autorità senza dominare, a testimoniare la veri-tà senza umiliare, a correggere senza condannare e a servire senza cercare il nostro tornaconto perché la vera autorevolezza cristiana consiste nel vivere la coerenza evangelica in modo tale che, attraverso di noi, altri come noi possano incontrare la verità, scoprire la misericordia di Dio e di-ventare più liberi di amare. Ci guidi e ci aiuti lo Spirito del Signore risorto a fare della nostra as-semblea, il luogo in cui davvero i bambini possano cantare e noi, ciechi e storpi e poveri, udire ve-dere e sentire da capo l’annuncio che chiama alla gioia.
