I Domenica dopo la Dedicazione – Anno A
At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a

IDopoDecaz2026“Diventare vita che parla”«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone», è affermazione che chiede di fare spazio dentro ciascuno di noi per diventare mandato da vivere, mandato da testimoniare. Pietro viene dalla tradizione rigorosamente giudaica, ma via via che incontra persone lontane dal suo pensare religioso, verifica che il dono del Vangelo riesce a fiorire nel cuore di queste persone. Si avverte stupore e contentezza in quelle parole per l’azione del Signore risorto. È l'animo più vero del discepolo che sa di non possedere un progetto già pronto e confezionato; l’animo del discepolo che scopre di non aver la sicurezza di cosa dovrà dire, di cosa dovrà fare, e soprattutto, dove dovrà andare; è discepolo che si affida e si lascia guidare dallo Spirito del Risorto nel cammino della propria storia incontro a uomini e donne che vivono situazioni umane e spirituali più diverse. Questo è il percorso che ci indica la Lettura e Pietro c’è dentro fino in fondo pur non avvertendosi protagonista: è Il Signore che agisce: «Sto rendendomi conto». Allora anche il nostro cuore è chiamato ad aprirsi ad una azione che possa poi diventare testimonianza autenticamente limpida e che faccia vivere nel nostro quotidiano fatto di contesti più diversi; aprirsi alla varietà di culture, di lingue di provenienze, di etnie che sono presenti anche ai nostri giorni. Sono parole, quelle di Pietro, che invitano tutti coloro che vivono la sensazione di aver sciupato la loro vita, di aver mancato le occasioni decisive della vita, di avvertirsi autorizzati a chiedere, a riaffacciarsi, a rimettersi in ricerca. Dunque, un invito ad alzare lo sguardo dal proprio io per lasciare che ci parlino anche situazioni esistenziali diverse che penseremmo inquinate, compromesse, pasticciate. È lo stupore di chi vede, di chi coglie come, anche le situazioni che vivono sembrano essere di grande lontananza, o sembrano essere troppo degradate, per loro esiste ancora e sempre, la possibilità di una chiamata che faccia render conto di non camminare da soli.

Le parole di Pietro: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie», dicono la meraviglia di un orizzonte che si apre nonostante la sapienza della cultura del mondo dica il contrario, ed è orizzonte sconfinato al quale siamo chiamati. Pietro sa che la sua affermazione non è tratta come insegnamento dai libri, ma è esperienza sperimentata e vissuta nella propria esistenza e questo, se siamo sinceri e consideriamo bene lo svolgersi della nostra storia, è affermazione che ciascuno può fare per se stesso. La Parola proclamata oggi, si pone così all’interno del nostro cammino, interpella veramente ciascuno, perché Dio è così, Dio opera così e se riusciamo a scoprire questo, noi come Pietro, non ne vorremmo uscire più. La convinzione di essere il popolo di Dio e quindi in un certo senso, un popolo di separati dal resto del mondo, con la Pasqua di Gesù Cristo, si scontra con la necessità di avvicinare; non può esserci l’esclusione, ma l’inclusione anche del pagano, colui che è tassato fortemente dalla condizione di esclusione perché ritenuto estraneo. Tutti sono chiamati all’unica famigliarità di figli dello stesso Padre. La Pasqua di Gesù Cristo ci mostra che quel popolo di esclusi è da radunare in un nuovo popolo: questo è il compito della missione. Paolo, che sta vivendo e abbracciando la Pasqua di Gesù, ha parole molto dure a riguardo di chi ancora tende ad escludere. Si riconosce Apostolo consapevole chiamato a comunicare con la propria vita la sapienza della Croce quale regalo immenso per tutti. L'annuncio del Vangelo che sembra richiamare a tutti la stoltezza della Croce, in realtà, è annuncio che a tutti comunica la Vita donata per amore quale segno supremo di grazia e di ospitalità di Colui che tutti vuole accogliere e che a tutti chiede di essere accolta. La stoltezza della Croce è parola che rimanda ad una perdita; sembrerebbe quindi che sia da evitare l’invito a aderire a quella perdita, ma qui siamo nella logica di Dio che non ha il criterio del mondo né la sapienza del mondo. È la follia della sapienza nuova del Vangelo, che, come grazia vera e profonda di Dio che, Gesù ci ha insegnato a chiamare Padre nostro, affida e mette nelle mani di persone fragili, affinché questa possa giungere a tutti. E Paolo non la indica come una mera trasmissione di una dottrina appresa, ma l’annuncia perché lui stesso vive le parole che va annunciando all’interno della propria esistenza. Vive dentro se stesso, la realizzazione che la grazia della Pasqua di Gesù ha portato. È solo così che riesce ad abitare anche quella comunità difficile e turbolenta che è Corinto. Davvero ci accorgiamo di quanto tutto questo, diventi vero anche nella nostra esperienza concreta. E il Vangelo mostra Gesù che, ormai sul crinale del suo congedo definitivo dopo la sua Pasqua, ci fa ancora una volta un dono che sta al centro del brano del Vangelo di oggi: «Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture». Lo aveva fatto con i due viandanti di Emmaus e lo fa adesso. Quando i discepoli tornano dal loro mondo fatto di paura e di dubbio, sono istruiti sulle esigenze della missione a cui sono chiamati. Anche la sola buona volontà non basta ad annunciare le meraviglie di Dio di Gesù Cristo, occorre che quella vita passata insieme al loro Maestro, adesso, sia resa più completa con l’apertura delle loro menti ai misteri divini affinché siano in grado di camminare nella sequela di Gesù. L’esperienza, infatti, precede la conoscenza e ne pone le condizioni: la notizia della resurrezione si impone in tutta la sua rilevanza non tanto per una sollecitazione intellettuale, ma si impone nei discepoli per la esperienza dell’incontro con Gesù risorto. Incontri reali concreti che lo hanno fatto sentire ancora presente con loro; questo è il regalo che Gesù fa non solo agli Apostoli, ma a tutti coloro che vogliono avvicinarsi come hanno fatto quei pagani ai quali Pietro si è rivolto. Se ci mettiamo con costanza in cammino ci sentiremmo anche noi come loro. È vero, noi siamo già segnati con il sigillo del Battesimo, ma siamo continuamente invitati ad ospitare dentro di noi la Parola per rendere migliore il nostro stile di vita, i nostri linguaggi, il nostro orizzonte. «Predicate il Vangelo, e se è proprio necessario usate anche le parole», diceva San Francesco ai suoi frati. Forse qualcuno non arriverà a conoscere Gesù attraverso le nostre parole, ma potrà cominciare a intuire chi è Gesù attraverso il modo in cui lo abbiamo ascoltato, rispettato, accolto e magari, aiutato. Sia davvero così anche per noi.

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