Teologo2025L’ultima serata dei nostri quaresimali è affidata al teologo Don Giuliano Zanchi. A lui è affidato il difficile compito di cucire insieme l'esperienza concreta della testimonianza, la riflessione filosofica e il dato della rivelazione. La costellazione di riflessioni che ha guidato la serata erano legate al tema del custodire la vita come dono e come Grazia.
La Grazia precede la vita. Non si entra nella vita per merito, ma la si accoglie come un dono. L' ingresso nel mondo è accompagnato da un gesto di cura e tenerezza, che non si sottomette al criterio meritocratico. Sono amato prima di poter dimostrare il mio valore. Meglio ancora, è proprio l’amore gratuito che mi ha generato e mi tiene in vita, che rende possibile l’espressione del mio valore. In questo, riconosciamo la vita come grazia. Al contrario, l’esperienza del male è ciò che mi fa dubitare dell’esperienza promettente dell’esistenza. L’incontro con il male, nella mia esperienza, sembra negare la vita come grazia.
Fondamentalmente sono due le esperienze con le quali entriamo in contatto con il male. La prima è l’incontro con il male come finitezza. Incrociare questa dimensione del male non dipende dalla nostra libertà, ma dalla nostra natura. Siamo mortali, creature finite, con un termine crudo, ma evocativo, il prof. Zanchi ci ricorda che la nostra cultura odierna non perde occasione per ricordarci che siamo biodegradabili. La consapevolezza di questa finitudine ci fa male. Sembra negare la nostra sete di vita. L’esperienza della malattia, del dolore sembra negare il carattere promettente del vivere. Di fronte a queste esperienze non ci basta mai una spiegazione razionale delle cause. Ci domandiamo sempre: perché a me? Perché ora? Quello che è messo in dubbio è il senso stesso dell’esistere.

la seconda esperienza che facciamo del male è quella di sperimentarlo come scelta morale. Il sentimento della finitudine diventa la giustificazione di una libertà spregiudicata. Il desiderio ferito, umiliato, trova comunque il modo di realizzarsi, pur se in una forma paradossale.

Questo, ci ricorda Zanchi, è il modo in cui siamo toccati dall’esperienza del male. La prima volta ci interroga con la sofferenza che porta con sé, la seconda volta ti trasforma rompendo il legame promettente della vita. Il male fa pensare male. Ci rende increduli, sospettosi e insensibili. La logica del dono e la trasparenza della grazia vengono rese incredibili dal male.

Il passaggio dal primo al secondo tocco apre alla questione morale: come reagire di fronte al male?
Noi facciamo bene a fare il bene o dobbiamo sentirci idioti per questa scelta? Il perdono prova a rimediare al male che compiamo riportandoci alle ragioni del dono, senza apparire come un condono dei torti patiti. Ovvero, io mi faccio carico delle cicatrici per quello che ho subito, senza rinunciare alla mia umanità. Con il perdono faccio un percorso per recuperare le ragioni della grazia e poter restare umano. In questo, esso rimane un gesto che vuole custodire la dimensione promettente della vita, ferita dal male. Da questo punto di vista, il perdono è qualcosa che aiuta, anzitutto, colui che lo esercita, evitando che cada in una spirale d’odio. In seconda battuta una speranza ci anima. Quella di credere che l’altro possa essere migliore di quello che ha fatto a me. Il perdono assume così la forma della speranza.

A livello sociale, anche l’azione dello Stato, che vuole limitare la violenza, non deve alimentarla a sua volta. L’esercizio della Giustizia riparativa vuole andare incontro a questa logica. Quella di riportare pace nella società, rendendo giustizia al dolore della vittima, senza però cercare vendetta sul colpevole.

Esiste poi, una forma più radicale del perdono che riguarda Dio: la forma del riscatto della storia e della creazione. L'ingiustizia che abita la storia ha bisogno di un riscatto. Chi risarcirà quelle storie e quelle esistenze che hanno patito senza colpa? Chi risarcirà del loro sacrificio, certe Vite-non-vite? Vittime, vite spezzate, vite ferite. Per il credente il compito del Giudizio è riservato a Dio, che troverà il modo di ristabilire la Giustizia senza uniformare le vicende della vittima e del carnefice.

Don Luigi

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