III DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO A
Gen 2, 4b-17; Sal 103; Rom 5,12-17; Gv 3,16-21
La chiamata è alla libertà quale immenso dono che si fa compagno di viaggio nella vita di ciascuno: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire». È però dono impegnativo. Domenica scorsa il Libro del Siracide ci diceva che Dio riempì gli uomini di: «Scienza e d’intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male»; la libertà, dunque, proprio perché dono impegnativo, si fa anche dono fragile perché può diventare rifiuto e non accoglienza, buio anziché chiarore. È davvero insuperabile per potenza, bellezza e profondità quanto Dio ha fatto: «Soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente», ma la creatura rimane davvero fragile; infatti, se l’intelligenza e la scienza donata dal Creatore non accompagnano bene l’uomo, il pericolo è l’uomo perda la vita nell’emarginazione che porta all’annientamento. Il dono della libertà che donne e uomini nella loro storia concreta hanno ricevuto, è quindi, dono che può portare ad amare o ritirarsi nell’egoismo, è dono che può far vivere o morire, gioire o soffrire, è il dono che fa nascere alla vita vera o chiudere la propria esistenza in un egoismo che ha mura invalicabili. Questa è la parola che fa da esordio in questa III domenica dopo Pentecoste in cui siamo chiamati a rivivere i primi momenti di vita dell’umanità ed è su questo esordio che si erge il dialogo che Gesù ha con Nicodemo. È Vangelo che richiama quel vino nuovo che Giovanni ci ha fatto vedere al capitolo 2 del suo Vangelo. Con la bellezza della filigrana che si lascia intravedere nella carta preziosa su cui scrivere la propria vita, l’evangelista Giovanni articola, in questo brano, quattro parole: Figlio, Fede, Luce e Verità. Sono parole che dicono la volontà unica del Padre di salvare il mondo nell'offerta del proprio Figlio Gesù quale salvezza integrale e universale dell’uomo, che con la sua libertà si era perso andando incontro alla morte. Questa è l’opera di Dio che: «Ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Gesù ci dice che non solo Dio ama l'essere umano da Lui creato, ma in ugual misura ama anche il mondo che considera ancora immerso nelle ferite di una nascita che ancora dura.
Ecco perché Gesù chiede a Nicodemo di credere nel Suo amore e di aprire il suo cuore al dono dell'Unico, affinché non perisca e si avverta guidato fuori dalle tenebre verso la Luce.
Dio ama il mondo e dà il suo unico Figlio che è come dire che il Creatore stesso si dona totalmente alla sua creatura e questo suo donarsi è l'opera di salvezza che sarà trasmessa e perpetuata di generazione in generazione fino al nostro oggi, senza limiti ed in modo incondizionato. Non c’è misura che possa definire la salvezza. Salvezza è parola che costituisce una vera memoria spirituale per ciascuno di noi qui e ora; è Parola che chiede di vivere un "adesso" che ha effetto nel nostro oggi. È qui che siamo radicati nell’unico atto salvifico che sfugge alla nostra comprensione ma trasforma il nostro tempo nel tempo redento da Cristo, in cui Dio, che è Padre, risveglia le co-scienze ormai entrate nella caducità e nella morte. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» affinché la salvezza, che è unica perché perfettamente corrispondente al disegno di Dio, apra noi alla grazia che libera da ogni condanna. Potremo così ricevere e vivere la nostra storia sicuri che l’amore senza limiti della Croce, porti la nostra stessa esistenza alla salvezza. La Parola della Croce è infatti, memoria di salvezza e di luce, di giudizio e misericordia: la Croce come corda tesa tra il Cuore di Gesù e la miseria dell’uomo! È giudizio di salvezza che dà chiarezza sul nostro passato e permette di restituirlo al futuro nella lode di ringraziamento. È dono di grazia che libera dal nostro stesso giudizio. Se riconosciamo nel dono della Croce il potere dell’amore di Dio, allora riesciremo ad accogliere, nel nostro cuore la grazia, il suo misterioso lavoro in noi. Nel silenzio del dono di salvezza operata dalla Croce, Dio parla come nessun altro al nostro cuore così che possiamo tornare da quell’oblio in cui ci siamo smarriti (cfr Lc 15,11-20). Se stiamo alle nostre verità, comprendiamo bene come questo mondo non sia amabile per la quantità di seduzioni che porta con sé, ma Dio, ci dice il Vangelo, ama questo mondo, lo ama non come un sentimento generico, ma con l’amore della Croce che dice una volontà indefettibile, una volontà che non può venir meno o mancare, un atto che sfida tutte le parole umane che quell’amore vogliono limitare. Ed è bello che il Vangelo specifichi che Dio non ha solo mandato il suo Unigenito, ma lo ha regalato! Siamo allora chiamati ad aprirci all’eternità della vita; una eternità che non è semplicemente un prolungarsi indefinitamente nel tempo, ma è vita aperta nell’eternità in Dio oltre la morte. Fino alla fine dei suoi giorni l'uomo sarà chiamato alla salvezza perché è guardato non solo con gentilezza, ma con la tenerezza della misericordia. Gesù che è il segno tra noi dell’amore di Dio, è Colui che ricostituisce in noi la possibile famigliarità con Dio. Questo è l’annuncio della Parola di oggi. Avere nel cuore sempre quella consapevolezza che Dio ci ha voluto viventi, liberi di amare, liberi di cercare, di invocare, di conoscere, di accogliere. Ci ha amati fin dall’inizio a tal punto che per farcene definitivamente persuasi, ci ha fatto dono di Gesù, il suo Figlio Unigenito che svela l’uomo all’uomo (cfr. GS 22). Pensiamo alla forza che abbiamo a disposizione nei momenti difficili della nostra vita; in quei momenti che vedono sofferenze e ansie per decisioni difficili da prendere sapere che “Dio ha tanto amato il mondo da regalarci il suo Figlio” ci aiuta veramente. Si sviluppa un legame su cui tutti possono contare, legame sempre disponibile e che continuamente si manifesta a noi. In questo tempo che si apre all’estate, possa il Signore concederci la grazia di vivere l'esperienza della sua misericordia, possa concederci di assaporare la dolcezza e la forza del suo Spirito così da far luce e verità nelle nostre vite. Se crediamo che Dio ci ama così, noi ameremo incontrarlo tutti i giorni; se davvero crediamo che Dio ci ama così, non ci costerà ritagliare un po’ di tempo per la riflessione personale e per la preghiera; se crediamo che Dio ci ama così, non punteremo mai il dito contro l’altro, ma apriremo le nostre braccia all’altro come le ha aperte Gesù sulla Croce.








