Il weekend del 25 aprile ho partecipato al Giubileo degli adolescenti come educatrice.
Nonostante l’infortunio che rallentava i miei passi (e non era certo un’andatura tranquilla!), è stato bello vedere quanto ragazzi e colleghi fossero pronti ad aiutarmi. Ho ancora in mente un momento preciso: un ragazzo che mi porta la cena mentre, con le stampelle, cerco di coprire la tratta dal baracchino al tavolo senza rischiare di cadere da un gradino.
In realtà, tutti si sono aiutati a vicenda. Ed è proprio questo che mi ha colpita di più: il Giubileo non è stato solo un momento di preghiera pubblica in piazza, ma un’occasione concreta per vivere insieme, imparare a rispettare i ritmi e i bisogni degli altri.
Nel giro di due giorni, ho visto i ragazzi affezionarsi a me, cercarmi come punto di riferimento. Durante la Via Lucis è stata pronunciata una frase che mi ha colpita:
"Quando il tuo nome è sulla bocca di chi davvero ti vuole bene, lì c’è la vera gioia."
E quando sentivo quei ragazzi chiamarmi, cercarmi se avevano bisogno, ho capito profondamente cosa volesse dire.
È vero, li ho aiutati a trovare la giusta concentrazione spirituale. Ma anche io, nel passare sotto le due Porte Sante, ero lì, fianco a fianco con loro.
Ero con loro ai funerali. Ero con loro la seconda sera, quando, con la chitarra in mano, abbiamo cantato abbracciati. Penso sia stato quello il momento più bello: abbiamo lasciato da parte la stanchezza per vivere la leggerezza e la gioia dell’attimo presente.

Sono circa settemila gli ambrosiani in questi giorni a Roma per il Giubileo degli adolescenti. Provengono da tutta la Diocesi di Milano e sono divisi in oltre cento gruppi.
