Domenica 26 febbraio 2017
Il profeta Osea propone una lettura sorprendente dei pensieri di Dio, e dei suoi sentimenti. Anche Gesù, con la parabola dei due figli, propone una lettura sorprendente dei sentimenti e dei pensieri di Dio. La propone a scribi e farisei; la parabola è raccontata per loro, per rispondere alla loro obiezione, o meglio alla loro mormorazione contro Gesù che dicono: riceve i peccatori e mangia con loro. Le due letture si assomigliano molto. La situazione di partenza di cui ci parla il testo del profeta nella prima lettura, sembra proprio una situazione irrecuperabile: la scelta di prendere la distanze da Dio e dalla Parola di Dio è forte. Una determinazione convinta, che porta alla resa di fronte ad una scelta così nel cuore di persone a cui si vuole bene, perché la madre di cui parla Osea è il popolo e Dio considera quel popolo come sua sposa. Sembrerebbe non esserci più spazio, ma non per Dio, il testo è di una bellezza straordinaria. Non ci sta a perderci, addirittura si mette nei panni e nel linguaggio del seduttore: «Io la sedurrò, la condurrò nel deserto come nei tempi della sua giovinezza». Soltanto nel deserto è possibile parlare al cuore di questo popolo. Ricondotto al cuore, Israele finalmente scoprirà l’amore di Dio. E Lui la farà sua «sposa per sempre, nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza», la farà sposa fedele, che conosce il suo Signore. Davvero allora non c'è nessuna situazione irrecuperabile per Dio, e questa è parola grande che il Signore ci regala. Anche il figlio della parabola, passando attraverso l’esperienza della fame e poi attraverso la sorpresa del perdono del padre, impara che per vivere ha bisogno di altro che del pane. Vivere nella casa del padre, all’ombra del suo volto, era diventato grave ai suoi occhi. Un padre, non si sa mai bene che cosa voglia; la sua volontà, finché si vive in casa, è incombente. La figura del padre paralizza la vita e i pensieri del figlio; impedisce la libertà delle parole e dei gesti. Il figlio fugge. Porterà con sé i beni che gli spettano. Di tutto quel che appartiene al padre questo solo gli preme, i soldi. In tal modo si fabbrica il suo idolo. In tal modo dimostra di non essere figlio, di non avere l’animo del figlio, ma solo quello del servo. Anche il figlio della parabola conosce l’ostruzione del cammino, che avrebbe dovuto condurlo finalmente lontano dall’ombra del padre. Uscito dall’ombra del padre, strappati i beni dalle sue mani, si accorge in fretta che quei beni finiscono, si riducono a niente. Rimane senza risorse. L’ostruzione è rappresentata dalla miseria: «Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno». Ma l’ostruzione visibile è solo indice di un’altra ostruzione, più sottile: l’uomo di pane soltanto non vive; se egli si affida soltanto al pane, va a finire che esso inesorabilmente finisce. Soltanto ridotto in miseria il figlio più giovane della parabola ritrova l’attrattiva della casa del padre. È un po' una parabola del cammino dell'umanità intera, di uomini e di donne dentro le loro esperienze di vita, è una parabola dei cammini personali, di coppia, di famiglia. È davvero un tracciato questo, dove ci sentiamo un po' tutti, per diverse ragioni che sono diverse l'uno dall'altro, ci sentiamo un po' tutti espressi e riconosciuti. Proprio questa è la ragione per la quale vorremmo tenere accesa la luce che illumina l’insieme di questa parabola: il volto di questo padre che aspetta, che accoglie, che festeggia, che dice una gioia incontenibile: quello che sembrava essersi perso, ora è tornato. Questo è il volto di Dio, certamente in grado di salvare la vita in qualunque situazione, e questo sembrerebbe auguraci il testo della parabola, come un tesoro da tenere nel cuore, cui fare riferimento, da cui ripartire ogni volta.
Os 1,9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22; Sal 102; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32
