Domenica 12 marzo 2017

Dalla fede per sentito dire «mi ha detto tutto quello che ho fatto», alla fede come incontro personale con Dio. I samaritani dicono «non è più sulla tua parola che noi crediamo, ma noi stessi abbiamo visto e sappiamo che questi è il Salvatore del mondo». Il vero pellegrinaggio è mettersi in ascolto di quella parola che libera, che permette di mettere radici; che impegna a trasformare il cuore, e che richiede profondi e seri “coraggi” che dicano il “per sempre” ad una relazione di sequela che si voglia aprire o che si voglia mantenere. Noi però, ci mettiamo a volte nella situazione di preferire le cisterne screpolate, all’acqua viva che la nostra sete richiede e che è il nostro desiderio vivo. Ecco, il dialogo di Gesù con la Samaritana è l’illustrazione di questo compito: quello di scavare da capo il pozzo. A quel pozzo ci va in modo anonimo una donna samaritana che vuole tenere ben coperta la sua vita, ma soprattutto quel pozzo è difeso da quella donna, con gelosia di fronte allo straniero Giudeo. Ecco che allora, il pozzo di Giacobbe così difeso dalla samaritana, non è più un pozzo, ma una cisterna screpolata, è una cosa vecchia dalla quale non si può attingere acqua che disseti e sazi la sete dell’uomo. Gli incontri di Gesù nel IV vangelo, sono letti come itinerari di un credere che apre a percorsi di scoperta di un dono racchiuso nella propria vita, della dignità della propria storia, di accoglienza in un rapporto nuovo. È per questo che Gesù le dice: ma perché non guardi e non fai verità sulla tua vita? Qui davvero il dono dell'incontro tra la donna di Samaria e Gesù diventa qualcosa di immensamente bello che ci interroga profondamente; non solo, ci fa desiderare di abitare un luogo così, e abitarlo in questo modo. Un pozzo che si trasforma nel suo significato e diventa luogo dove si può avviare una ricerca, luogo dove si sperimenta un incontro vero che può aprire orizzonti diversi alla nostra vita, luogo dove si riesce a fare verità sulla propria vita. Al punto che davvero sentiamo nostra la preghiera della donna di Samaria: «Signore, dammi quest'acqua perché io non abbia più sete». Un’acqua che può dissetare l’arsura di quello che abbiamo dentro, un’acqua che è capace finalmente di irrorare il nostro deserto, la nostra aridità, un’acqua che ci disseta per sempre. Per questo occorre far emergere la sorgente. La religione che noi viviamo, è molto spesso una abitudine e la osservanza della legge -  la pagina della Samaritana è opportunamente accostata al decalogo – è concepita facilmente da noi come un confine da rispettare, e non come l’istruzione su un cammino da generare, non come l’insegnamento per salire sul monte, ma lo strumento per dividere il mio dal tuo o per impedire il litigio con i fratelli. Una legge che proibisce, una legge che è scritta sulla pietra e non è scritta nel cuore, è una legge morta come l’acqua delle cisterne. Bisogna scavare da capo la sorgente d’acqua viva, raggiungere il cuore e risvegliare nel cuore, il desiderio di incontrare Dio a tu per tu. Soltanto quando si incontra Dio a tu per tu, allora le cose vecchie rivivono e la lettera della legge che è morta, diventa legge viva, legge scritta nei cuori.

Es 20,2-24; Sal 18; Ef 1,15-23; Gv 4,5-42

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