Domenica 21 maggio 2017
ÈSpesso la pace che desideriamo, è solo un’assenza di seccature, un modo di essere al riparo da momenti di difficoltà, a volte anche di imbarazzo; ma se vogliamo rimanere in una pace così fatta, fondamentalmente noi dobbiamo vivere un luogo che sappia di separazione. Gesù invece ci dà la pace che è attiva, una pace che costruisce e non separa. Non è rassegnazione, non è un cercare di fuggire dalla vita e dalla sua concretezza; la pace che Gesù ci dà, è incontro e scontro con l’esistenza, affinché essa come dono, possa diventare fruttuosa per noi e la comunità. «Vi lascio la pace, vi do la mia pace»; questo dono è talmente importante, che ogni giorno, nell’Eucaristia, ci viene riproposto prima che lo stesso Corpo di Cristo venga distribuito: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace». La pace è soprattutto qualcosa di profondamente interiore che sa affidarsi all’unico Maestro, sa affidarsi a consegne che durano pur in presenza di una vita che ha le sue fatiche, e che richiede scelte difficili. Non la devi aspettare per primo dagli altri, è indispensabile il tuo contributo, la tua disponibilità per far stare bene la tua famiglia, il tuo luogo di lavoro, i rapporti con gli altri. È la pace che nasce dal sacrificio di Cristo sulla croce per trionfare nella gioia della risurrezione e che da lì si diffonde a tutte le persone che davvero la vogliono vivere. È la condizione di chi si sente abitato da un Dio che, caricatosi dei nostri pesi, ci regala il suo Spirito che riesce a far vibrare il cuore; Spirito che ci ama per quello che siamo; Spirito che ci permette di volerci bene, di accettarci per quello che siamo con i nostri limiti; Spirito che ci permette di non sentirci “scarto” come ama dire papa Francesco, di non sentirci dei falliti per non cadere sotto il peso della colpa quando facciamo l’esperienza del peccato. Mi chiedo però se è proprio vero che nella nostra vita, nelle nostre scelte, sia presente davvero la consapevolezza che la pace cristiana sia la pienezza della presenza e dell’amore del Figlio di Dio nella vicenda dell’uomo. Paolo, nel brano tratto dalla Prima Lettera ai Corinzi, non fa un ragionamento astratto, no! Dice qualcosa che tocca profondamente la vita, le scelte, i linguaggi, le determinazioni del cuore, le direzioni di cammino che si intraprendono. Ed è importante dare verità a queste parole dell'Apostolo che parla di “follia” così viene giudicata e detta dal mondo, perché essere discepoli del Signore e credere al mistero della sua Pasqua di croce e di risurrezione, di morte e di vita, è alternativo alla logica del mondo. Invita cioè ad entrare in questo dono di grazia che il Signore gratuitamente consegna al nostro cuore. Lo Spirito Santo dunque, insegnerà ogni cosa. In-segnare cioè scrivere dentro; e perché ciò possa accadere, dobbiamo pregare lo Spirito Santo affinché ci faccia il dono dell’umiltà di riconoscerci sempre bisognosi di imparare per poi annunciare. Come Pietro e Giovanni «semplici e senza istruzione», che annunciano con franchezza Gesù crocifisso e risorto, ai quali «I capi del popolo e gli anziani», non potevano replicare. Quanta fermezza nelle parole di Pietro, quanto libero è il suo animo quando afferma che: “È ha motivo del Signore Gesù che voi avete crocifisso che quest'uomo è ritornato risanato”. Grande dono l’umiltà; è bellezza l’umiltà, è riposo l’umiltà, perché chi è umile impara sempre, mentre i saccenti, i sapientoni che credono di sapere, non sanno e non imparano. Lo Spirito Santo ogni giorno ci ricorda Gesù Cristo Signore. Oggi per oggi, domani per domani. Non oggi per domani, e neanche domani per un altro giorno. Lo Spirito del Signore in-segna, cioè scrive Cristo nei nostri cuori, in modo che noi sempre comprendiamo Lui secondo il suo cuore. Ecco perché il salmo ci invita a cantare con il cuore: «Rendete grazie al Signore, perché è buono, perché il suo amore è per sempre».
At 4,8-14; Sal 117; 1Cor 2,12-16; Gv 14,25-29
