Domenica 22 marzo 2015

“E tu ti attardi ancora due giorni: indifferente perfino al dolore? Mai che combaciano i tempi di Dio col calendario dei nostri bisogni! Poi invece sopra la tomba a piangere; e intorno tutta la gente a dire: “Vedete come lo amava!”. Perché non affrettarsi allora ad andare?”. Sono i versi di una poesia di Padre David Maria Turoldo. Sembra un commento perfetto a quanto ci viene presentato dal Vangelo nella Domenica detta di Lazzaro, perché sono in fondo un po’ anche le nostre obiezioni. Marta e Maria, sorelle di Lazzaro,  esprimono un sogno infranto, una speranza caduta, simbolo di una assenza in un momento così importante: “Se tu fossi stato qui”. La morte è il simbolo della schiavitù esistenziale dell’uomo, che ha la pretesa di strappargli e di negargli la libertà, la speranza, la gioia di una vita piena, eterna. Ma le nostre domande non possono essere poste come un volgersi all’indietro rincorrendo ipotesi irreali – che sarebbe stato se....; devono volgersi invece in avanti: “Anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà” (Gv 11,22). La pagina del Vangelo ci consegna questa certezza, dice che in questa lotta tra la vita e la morte, Dio c’è ed è dalla nostra parte, non dalla parte della morte, della sofferenza. È importante quindi che noi cristiani, quando bussa a casa nostra il dolore o la morte, non mettiamo Dio dalla parte sbagliata perché restiamo nel dolore, nella sofferenza e perdiamo anche Dio. Alla semplice attesa del futuro delle sorelle di Lazzaro, Gesù contrappone l’attesa della salvezza: la Resurrezione è già vicina, non è necessario che Marta pensi al lontano futuro. Il Signore della vita ha il potere di dare la vita anche lì dove la morte abita non solo il nostro corpo, ma anche e soprattutto il nostro cuore.

Rif. Letture:

Dt 6,4a.20-25; Sal 104; Ef 5,15-20; Gv 11,1-53

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