Domenica 10 Maggio 2015

Ci lasciamo guidare nella nostra riflessione sulla vita cristiana, dalle prime due letture di oggi, ovvero, dagli insegnamenti che si possono trarre dall’esempio di Paolo. Per sé Paolo, grande protagonista della Chiesa primitiva, aveva tutte le carte in regola per fare una carriera prestigiosa nell’elite giudaica: giovane, colto, ricco, Fariseo convinto. Paolo combatteva i cristiani nati dalla Pasqua di Gesù. Paolo però, ad un certo punto lascia tutto questo, e si mette al servizio delle persone che stava perseguitando. La prima lettura ci racconta molto bene il perché di questo cambiamento iniziato da quella caduta da cavallo sulla strada verso Damasco. Da quel mezzogiorno il Signore risorto è entrato in maniera prepotente nella vita di Paolo.

«Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?» (At 26,15); come a dire che la Chiesa ( tutti noi) è il corpo di Gesù, e perseguitandola si continua ad essere Giudeo fariseo che ha in odio il messaggio nuovo di Gesù. Da quel mezzogiorno Paolo è prigioniero felice di Gesù, perché si è scoperto innamorato, e chi è innamorato è prigioniero felice. Per questo può scrivere ai Filippesi «Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21), rivendicando per sé il legame profondo e radicale alla persona di Gesù.  Come è vero che in questo momento storico, in questa epoca di legami liquidi, legami precari, legami fuggevoli che noi vediamo attraversare le nostre case sempre di più, è importante che qualcuno ci dica come Paolo che chi ama non teme il legame con l’amato; chi ama veramente vuole legarsi alla persona che ama.

Perché i legami sono esigenti e noi viviamo grazie ai legami; essi ci fanno felici e quando c’è un’amicizia scopriamo che, grazie ad essi, la vita fiorisce. Paolo ama davvero Gesù Cristo, e la parola “Amore”, porta dentro la passione che è insieme appassionarsi e patire. L’amore consuma, l’amore esalta, l’amore dà colore alla vita, ma questi due aspetti – appassionarsi e patire – camminano insieme sempre, come avvenuto per Paolo che vive per Gesù, che ama Gesù, soffre per Gesù ed è pronto a morire per Gesù.  

Può infatti scrivere: «Ultimo fra tutti apparve anche a me, come a un aborto» (1 Cor 15,8). Un aborto in che senso? Nel senso che non ha avuto il tempo della gestazione: gli altri avevano avuto una formazione, una preparazione come apostoli attraverso lo stare con Gesù per tutta la sua vita pubblica; Paolo no, Paolo è passato all’improvviso dalla professione fanatica farisaica della fede giudaica, alla fede cristiana. Si è convertito! Paolo è sedotto e conquistato da Gesù, è afferrato e abitato da Gesù; e questa presenza di Gesù è così forte e così preponderante che quando scrive le sue lettere, lo nomina continuamente testimoniandolo per tutto il mondo come Signore Gesù il Nazareno, Crocifisso e risorto.

Paolo da una parte è fortissimo perché vive questo legame, questa relazione fontale, e insieme   - cosa che capita anche a noi – si accorge che è fragile. Si accorge cioè del suo essere sbilanciato negativamente nei confronti della vita e della libertà. Come noi del resto che non siamo all’altezza del vivere il vangelo. Per primo Paolo è consapevole in profondità del suo essere fragile, ce lo indica e ci invita a non cedere, scrive infatti ai Corinzi: «Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi.» (2 Cor 4,7). Paolo dunque, si lascia abitare da questa presenza del Signore per sopportare le fatiche della vita avendo sempre uno sguardo nuovo,  riesce cioè ad abitare la sua fragilità di certi momenti durissimi della sua vita. Paolo ci insegna, cioè mette dentro un segno (in-segnare), ad essere innamorato di Gesù. Insegna a noi il vivere la domenica come celebrazione del legame con Cristo risorto che deve tornare ad essere il centro della vita cristiana, perché la vita di Cristo risorto ci viene regalata nell’Eucaristia.

Dobbiamo anche noi vivere la Chiesa come corpo di Cristo, e trovarci anche noi sulla strada verso Damasco dove anche noi possiamo sentire l’insegnamento di Gesù: “Io sono Gesù che tu perseguiti”, affinché anche noi come Paolo possiamo sostenere in noi stessi prima, e con tutti i nostri fratelli poi: “Davvero Gesù è risorto”.

Rif. Letture:

At 26,1-23;Salmo 21; 1Cor 15,3-11;Gv 15,26-16,4

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy