Domenica 14 Giugno 2015

Oggi leggiamo una pagina difficile del vangelo di Marco. Tutti i sinottici riportano questo inse-gnamento di Gesù, quasi a voler ricordarci che quello che qui è detto - cioè la necessità di guardare anche alla vita coniugale come una straordinaria possibilità di coerenza con se stessi e con il progetto credente  - è scritto perché  il pensiero che esprime, sia la linea dell’annuncio stesso del vangelo. È importante capire quello che Gesù ci dice ed avere il coraggio del discernimento. Gesù si trova di fronte ad una domanda la cui risposta era già chiara agli interlocutori: la totale sottomissione della donna all’uomo. È vero, il contesto culturale del tempo vedeva la donna solo nel ruolo di “fattrice” e comunque sempre e solo in posizione subalterna all’uomo. In quel tipo di contesto, Gesù traccia un percorso di libertà e lo lancia evangelicamente mettendo al centro la giustizia. In quel momento il suo primo obiettivo non è tanto e  semplicemente fare una teologia del matrimonio, quanto piuttosto difendere la parte debole all’interno di un contesto. E tutto questo per tracciare un nuovo  percorso: non è permesso offendere. “A motivo della durezza del vostro cuore Mosè vi ha dato questa norma, ma questo non era il disegno di Dio”. La durezza  del cuore; i profeti insistentemente avevano denunciato la durezza di cuore del popolo di Israele “questo popolo ha un cuore di pietra non un cuore di carne”. Oggi le cose sono (forse) cambiate e forse si è su una parità che però a volte, diventa disparità rispetto al giudizio; forse a volte l’ago della bilancia cambia ora per la donna ora per l’uomo, ma il concetto vale sempre: non puoi offendere la dignità di nessuno.
Questo mistero è grande dice san Paolo nella seconda lettura. Il rapporto tra l’uomo e la donna è un mistero grande, anzi è il grande mistero strettamente congiunto al mistero dell’amore di Dio per gli uomini. Non si può capire questa suprema creatura di Dio che è l’uomo, senza capire il mistero del rapporto tra l’uomo e la donna. La Bibbia sottolinea il primato del rapporto coniugale, la relazione moglie e marito, perché è il luogo dove nasce l’alleanza. Questo legame stretto tra uomo donna, viene sottolineato come legame stretto tra Dio e il suo popolo che trova attuazione nell’amore di Cristo per la Chiesa. La proposta che Gesù fa è di concepire la scelta matrimoniale come un percorso che è sì difficile, ma che ha un ambito straordinariamente ricco di possibilità in cui, il progetto originario aveva come luogo originario l’unione. In altri termini Dio non crea il singolo, ma crea la famiglia «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda» (Gen 2, 18). Quella bellezza originaria Dio vorrebbe che non sia mai corrotta, mai sciupata. E tuttavia ci rendiamo conto di quanto sia forte la sofferenza quando questo progetto, che l’uomo ha sognato, ha voluto e che ha costruito perché andasse in una certa direzione, si sgretola a causa della fragilità e della durezza del suo cuore. Quante amarezze, quanti passaggi difficili, quanti contrasti quando un legame finisce; ma l’umanità quella no, quella non deve cessare perché la dignità è debitrice sempre di modi gentili anche in tempi difficili.
Vorrei soffermarmi sul salmo di questa domenica che dice di questa dignità dell’uomo (qui inteso nella sua duplice declinazione di uomo/donna). Siamo di fronte ad un salmo bellissimo che si apre e si chiude con le stesse parole che proclamano la grandezza di Dio “O Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra”. All’interno di questa duplice proclamazione che incornicia il salmo, il pensiero del salmista si rivolge poi all’uomo “Se guardo il tuo cielo opera delle tue mani, che cosa è l’uomo perché te ne curi?”. Che cosa è l’uomo? Una domanda che ogni uomo prima o poi si pone, ma la sorpresa più grande è che nel salmo questa domanda viene rivolta a Dio e non all’uomo stesso. Soltanto Dio può rispondere a questa domanda, l’uomo non ne è capace. L’uomo biblico non domanda mai a se stesso o agli altri qual è la propria vera identità, ma lo chiede a Dio. Per conoscersi, l’uomo guarda sempre in alto, contempla il firmamento, contempla la creazione. Si accorge che di fronte a queste meraviglie della creazione con la sua grandezza smisurata, l’uomo è davvero una realtà molto piccola; tuttavia – e questa è lo stupore grande – l’uomo è sempre oggetto della cura di Dio; è come se si trovasse sospeso nella memoria di Dio e lì trova proprio la sua grandezza nonostante sia sempre evidente la sua piccolezza.
L’uomo è grande o piccolo secondo l’angolatura da cui lo si osserva. Se lo si confronta con l’immensità dei cieli (noi potremmo dire se lo si misura con il tempo, con la morte, con il sus-seguirsi delle generazioni, con il numero sterminato di uomini che nascono vivono e muoio-no), viene spontaneo il pensare che cosa conta l’uomo in questo panorama. Eppure dice il salmista, Dio si ricorda di lui. All'uomo, creatura debole, Dio ha dato una dignità stupenda: lo ha reso di poco inferiore agli angeli o, come può anche essere tradotto l'originale ebraico, di poco inferiore a un Dio. E allora, se lo si guarda dall’angolatura di Dio, l’uomo è davvero grande, così grande che un uomo solo vale più di tutto il firmamento: ”tutte le cose hai posto sotto i suoi piedi”, e come per ogni vivente la sua caratteristica è di essere figlio. Il figlio non viene alla vita per iniziativa propria, ma viene gratuitamente per volontà di altri. Ecco, la vita dell’uomo è una vita ricevuta da qualcun altro; e lo stupore che il salmista prova di fronte all’uomo, non nasce tanto dal fatto che l’uomo può essere bello, può essere forte, può essere più intelligente di altre creature del regno animale, ma dal fatto che l’uomo è più ricordato, è più curato da Dio e dunque più amato. La grandezza dell’uomo allora è un dono prima che essere un diritto da rivendicare, da conquistare da perseguire. L’uomo trova così il suo giusto senso e la sua dignità nella memoria di quel Dio che lo ha voluto, che lo ha creato, lo ha amato e continuerà sempre ad amarlo.

Gen 2,18-25; Sal 8; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12

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