Domenica 28 Giudno 2015
Il brano di vangelo ci comunica delle verità, ci presenta delle proposte da parte di Dio e ci fornisce delle indicazioni. Gesù si presenta come colui che è la luce, la vita, la vita eterna. Gesù rinnova l’appello a camminare nella luce, a credere nella luce. Questo messaggio è importante anche per noi, perché tante volte, e lo abbiamo sperimentato, ci troviamo a camminare senza la luce interiore, senza prospettive che diano colore senso e valore alla vita stessa, e la fatica si moltiplica. La luce, quella spirituale, è la luce della verità, la luce del vangelo; essa non si accende con un interruttore e non brilla a meno che tu creda: «Credete nella luce per diventare figli della luce» (Gv 12,36). E tuttavia, è forte il rischio di non aderire ad un appello così accorato, la nostra libertà - sempre garantita – può giocare anche contro noi stessi che siamo assetati di vita eterna. È lo stesso Gesù che lo afferma: «Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno.» (Gv 12,48). Non è una punizione da parte di Dio, è una scelta da parte dell’uomo che liberamente continua a lasciar cadere e a non credere a questa parola. Il non credere alla Sua parola conduce alla cecità, alle tenebre. Per un uomo e una donna costruiti ad immagine e somiglianza di Dio, il perdere il riferimento a Dio, il perdere Dio, è realmente il perdere tutto. È però del tutto vero che il nostro cammino, nel nostro piccolo pezzo di storia che siamo chiamati a compiere dentro il più grande cammino della storia dell’umanità, incontra difficoltà, ostacoli. In questo brano del vangelo si cita il profeta Isaia e si dice anche che nonostante avesse compiuto segni così grandi, non credevano in lui.
Il fatto che si citi il brano di Isaia, vuol farci capire che l’incredulità, la difficoltà a credere e aderire alla parola di Signore, è una difficoltà che ritroviamo sempre, fin dalla storia dell’Antico e anche del Nuovo Testamento. L’autore del vangelo annota che il motivo per cui, nonostante si intravveda nella parola di Gesù qualcosa di affascinante, comunque si ha paura ad aderire a questa parola; e la paura da cosa scaturisce? Dal perdere qualche cosa. Notate come dei capi che avevano creduto, manifestavano la paura che i farisei li scacciassero dalla Sinagoga; di più, vi è un crescendo, viene rimarcata la constatazione amara che questi capi avevano più a cuore la gloria dell’uomo che non la gloria di Dio. Sempre la paura ci lega, ci schiavizza, ci impedisce di aderire alla parola di Gesù Cristo che ci conduce e ci fa rimanere nella Sua luce per partecipare della sua stessa vita eterna. Ma, Gesù ci dice che c’è sempre una speranza, e lo fa incastonando una espressione bellissima: alla fine di una costatazione che fa il profeta Isaia nel vedere che hanno il cuore indurito, mette «e io li guarisca» (Gv 12,40). Nonostante questa ritrosia da parte dell’uomo c’è questa intenzione, questo progetto universale di salvezza da parte di Dio che non viene mai meno. Dentro la nostra incredulità, dentro la nostra paura, dentro la nostra vanagloria, c’è questo piccolo seme di speranza che il Signore mette perché ci vuole guarire, ci vuole condurre dalle tenebre alla luce. Questo vuole dire fiducia assoluta in Dio, vuole dire l’essere convinti della nostra vocazione ad essere figli. Questa è la promessa e sappiamo che la promessa di Dio sempre si realizza perché è parola di verità.
Gn 17,1b-16; Sal 104; Rm 4,3-12; Gv 12,35-50
