Domenica 19 marzo 2017
Fa pensare che la discussione così aspra fra Gesù e i Giudei, cominci proprio con l’affermazione: “a quei giudei che avevano creduto in lui”, Gesù dice “Se rimanete fedeli nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Ma è vero che quei giudei avevano davvero creduto in Lui? Non si può pensare di conoscere la verità solo perché si ascoltano dei bei discorsi, è soltanto rimanendo fedeli alla parola che si diventa discepoli, al punto da conoscere la verità che fa liberi. La liturgia di domenica prossima III di Quaresima, ci dice che ci deve essere un personale incontro con il Signore, perché non è pensabile un cammino di avvicinamento alla pasqua di Gesù, senza nemmeno incontrare Gesù. La prima lettura ci racconta della seconda salita di Mosè sul monte. Penso che la seconda volta, Mosè stentò davvero a scendere dal monte memore della sua prima discesa quando aveva visto il proprio popolo totalmente votato a un vitello d'oro. È come se Mosè si fosse trovato in difficoltà e che questa difficoltà lo spingesse a dire al suo Dio: non basta fare l’alleanza solo con delle parole scritte sulla pietra, ci vuole ben altro. Per fare una alleanza con te o Dio “Devi scendere dal monte”. Mosè infatti, intercede per il suo popolo: «è di dura cervice, ma fa di noi la tua eredità» e arriva a chiedere in modo franco a Dio «che il Signore cammini in mezzo a noi». E proprio perché il Signore possa, scendendo dal monte, accendere una relazione vera con il suo popolo, occorre che ne sia svelato il nome: «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà», nome che vorremmo davvero custodire nel cuore come qualcosa di indimenticabile. Il nome è la cosa più grande e più personale che ognuno possiede, esprime il volto, esprime la storia, dice la carne, racconta le radici, dice chi siamo, e Dio ci svela il suo. Ecco, Gesù volto del Padre, scende dal monte di Dio per entrare nel tempio, ma nel tempio, pur applaudendolo, non cambiano la vita: “Noi siamo già liberi”; l’alleanza non è possibile, e la conclusione di questa pagina di vangelo: “Si nascose ed uscì dal tempio”, anticipa proprio il compimento sulla croce della storia di Gesù. Il tempio che immaginiamo come il luogo dove il nostro volto si rialza sul volto di Dio, può anche diventare il luogo dell'ostinazione e della cecità, del cuore indurito, il luogo dove si pretende il diritto di dire che Dio è Padre, ma non si ha l'umiltà di implorarlo come un dono e come una grazia. Non può essere una pretesa l'appartenenza al popolo dei salvati, Paolo lo dice bene e con tutto l'impeto della sua fede, della sua convinzione. Nel brano ai Galati, soprattutto in quella sua formidabile conclusione, c'è tutta l'apertura di cuore e di orizzonte dell'apostolo: «In Cristo Gesù», dice, «la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito». Parole che devono rimanere nel cuore perché danno volto e intensità al cammino di noi discepoli, verso la pasqua del Signore. Dio non accetta che vengano posti altri confini, non accetta di dire voi siete fuori, non siete discendenza di Abramo. Il percorso di fede di chi con libertà si apre ad accogliere il dono di Dio, permette davvero che la parola di Dio illumini la propria vita con l’irrompere dello Spirito.
Es 34,1-10; Sal 105; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59
