Domenica 19 febbraio 2017 - Domenica della Divina Clemenza
Mi sembra di "vederla" più che leggerla la pagina di vangelo che la liturgia ci propone. Vedere, o meglio "osservare bene la scena", è per noi importante perché accende anche il ricordo sulla nostra dimestichezza nell'emettere sentenze. Scribi e farisei sono così: loro hanno già condannato nel loro cuore la donna, ma la conducono da Gesù solo per tendergli un tranello; non intendono affatto essere istruiti sulla Legge: «questo dicevano» soltanto «per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo». Infatti se Gesù assolve la peccatrice si mette contro la Legge di Mosè; se conferma la condanna, si rimangia di fatto tutta la sua predicazione e perde credibilità. La donna, il cui nome viene taciuto, è posta in mezzo, bene in vista, umiliata. «Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Gesù tace, non risponde mai alle domande che sono poste non per un effettivo desiderio di conoscere. Dunque «Tu che cosa dici?». E Gesù non risponde, ma chinato, scrive per terra. È un pretesto per non guardare in faccia i suoi interlocutori, e soprattutto per non guardare in faccia la donna, per non lapidarla perché anche con gli occhi si può lapidare una donna. Gesù scriveva per terra, ma quelli insistettero e alla fine Gesù si alzò e pronunciò questo imperativo fulminante: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei», e tornò chinato per terra a scrivere quasi per lasciare il tempo agli interlocutori di passare attraverso la propria coscienza; un rimandare alla coscienza di ciascuno e non alla fretta di far fuori chi ha sbagliato, un chiederti: “Ma tu, tu come sei di fronte al Signore?”. La legge per essere applicata deve passare per il cuore e sorprendentemente l’uditorio si fa saggio: «si allontanarono uno per uno». La parola di Gesù non sopporta un applauso collettivo, ciascuno deve capirla, accettarla o rifiutarla da solo. Rimane sola la donna e finalmente a quel punto Gesù può alzare il capo e guardare la donna negli occhi senza umiliarla. «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ecco questa è la terra promessa, dove nessuno più ti condanna e non c’è bisogno di tenere gli occhi bassi. Puoi incrociare gli occhi di ogni fratello senza temere che da quegli occhi parta una sentenza nei tuoi confronti. E rimangono solo in due: rimangono una donna infedele e un uomo che sarà fedele nel suo amore «sino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8). Metterà se stesso al posto di quella donna, al posto di tutti i condannati, di tutti i colpevoli, e si lascerà uccidere da quel potere, spezzando così la catena malefica là dove essa ha origine: nella terribile, spaventosa, sbagliata idea di Dio. Sant'Agostino commentando questo brano dice che alla fine "Soli restarono lui e lei; restò il Creatore e la creatura; restò la miseria e la misericordia; restò lei consapevole del suo reato e lui che ne rimetteva il peccato"(Sant'Agostino, Serm. 16/A, 5). Rimangono una donna adultera e peccatrice con un senso di debito che ha bisogno di una parola, e Gesù di Nazaret, il perdono, la clemenza, la tenerezza di Dio fatta carne. La donna trova finalmente un uomo che la guarda senza l’intento di possesso, che la guarda senza disprezzarla e senza condannarla. Sono persuaso che in quel momento ci sia stato un dialogo stupendo fatto di silenzi, sguardi abitati concluso da parole indimenticabili racchiuse in quella frase «Neanch’io ti condanno; va‘e d’ora in poi non peccare più», che apre ad una nuova comunione di grazia che porta pace e consolazione.
Bar 1,15a; 2,9-15°; Salmo 105; Rm 7,1-6a; Gv 8,1-11
