Prepariamo la Domenica

Domenica 5 febbraio 2017

Le possiamo ascoltare come preludio al Vangelo, le parole che leggeremo nelle prime due letture. Il testo del profeta Isaia, ci dice che Dio si fa carico di tutti; dei popoli che sono a noi cari, ma anche del popolo straniero, lontano, magari avvertito persino come nemico. Non c'è proprio limite alcuno, lo sguardo e il cuore di Dio sono totalmente aperti, e questa parola risuona come aiuto nel cammino di fede e ci invita a lasciarci educare da questa magnanimità di Dio. E anche il testo di Paolo tratto dalla Lettera ai Romani, in fondo ci conferma questa apertura di orizzonte. Certo, il sentiero della fede di Abramo è un sentiero impegnativo, quest'uomo si affida semplicemente ad una promessa, e a una promessa che quando la ode appare del tutto improbabile per la sua vita e che parla di una promessa di discendenza sterminata, ad una coppia sterile e ormai molto avanzata negli anni; ma è Dio a farla e Abramo coltiva questa fiducia. Per questo, dice Paolo riecheggiando le parole di Genesi: “Tu sarai padre di molti popoli”, questo vuol dire che questo varco è aperto a tutti, ci si entra con la fede, certo, ma è aperto a tutti, nessuno escluso, è dono gratuito. Questi due testi ci aiutano a entrare meglio nella pagina limpidissima del vangelo di Giovanni. Il racconto è puntuale, evoca una situazione umana di sofferenza che poi diventa invocazione, e poi diventa stupore e gioia. Giovanni ci insegna ad avvicinarci al Signore per quello che siamo. Prima quest'uomo viene chiamato funzionario del re, poi viene chiamato un uomo, e poi viene chiamato padre, come se ci fosse in atto un cammino anche nella sua identità per quello che sta accadendo: esce dal ruolo di funzionario del re, guadagna per intero la sua umanità e si sente finalmente padre. Non solo, questo papà ci regala qualcosa su cui riflettere; quando ascolta la parola del Maestro: «Va’, tuo figlio vive», dice il Vangelo: “Credette e si mise in cammino”. Prima crede, io mi fido del Maestro affidabile, e dopo si mette in cammino. Certo, ha bisogno anche lui di constatare, ma quella sincronia dell’orario gli dà la certezza che quel dono viene dal Signore che aveva incontrato. «Va', tuo figlio vive», questa è parola preziosissima che il vangelo ci chiede di non smarrire, perché magari c'è una fatica, c'è un dolore, c'è una prova, c'è una lontananza, c'è una distanza anche di lavoro, di lavoro cercato in altre nazioni e continenti, perché qui non c'è. “Va', tuo figlio vive”, mette nell'animo una percezione diversa, restituisce fiducia che si vorrebbe regalare soprattutto a chi è nella fatica. Ma in questa domenica si celebra anche la giornata della vita, e c’è un salmo che dice «La tua grazia vale più della vita» (Sal 62,4). La nostra vita è un segno, la nostra vita è un mistero, la nostra vita è una promessa, la nostra vita è una grazia, la nostra vita è una parola alla quale dobbiamo dare fiducia e crederci per trovare la verità della nostra vita. Ma per vedere, per sentire e per esprimere gratitudine nei confronti dell’opera della grazia nella nostra vita, bisogna cominciare il cammino prima ancora di aver visto. E a dircelo è Dio che è amante della vita e che la vita ce l'ha regalata. «Va', tuo figlio vive», ecco questa parola portiamocela con noi come un esito concreto della nostra preghiera.

Is 66,18b-22; Sal 32; Rm 4,13-17; Gv 4,46-54

Domenica 29 gennaio 2017

Lo stupore è una reazione immediata, direi forse una emozione, qualcosa che ha a che fare con gli affetti, ed è bello potersi ancora stupire per qualcosa o per qualcuno. Il Vangelo di questa domenica, come primo atteggiamento da vivere, ci offre lo stupore. Questo è l’augurio per noi che troppo spesso siamo duri e rassegnati di fronte a una realtà faticosa, e che appunto non ci sorprendiamo più di nulla, che crediamo di aver visto di tutto e di più. C’è per noi l’invito e l’augurio di poterci ancora stupire delle meraviglie di Dio ma anche della gioia di un incontro, del sorriso di un amico. L'episodio della Presentazione di Gesù al tempio, che riguardava tutti i bambini primogeniti del popolo di Israele, diventa l'occasione di un incontro straordinario per il vecchio Simeone. Tuttavia, l’incontro può effettuarsi perché vi è una condizione che lo rende possibile, cioè l’ascolto dello Spirito Santo che abita nel cuore di Simeone e che lo fa muovere verso Gesù. È, dunque, il cammino e il mistero della fede che permettono a Simeone di riconoscere Gesù come il Redentore. È la fede che anche noi abbiamo ricevuto in dono da Padre nello Spirito Santo, all’atto del nostro Battesimo, fede costantemente alimentata dall’Eucaristia che celebriamo ogni domenica e che ci rende capaci, se siamo disponibili, di guardare oltre le apparenze e di valutare diversamente la vita, le vicende, le relazioni. È proprio questa diversità di visione, questa modalità alternativa al mondo, che costituisce il senso profondo della giornata di oggi. La particolarità della famiglia di Nazareth si lega con forza al Mistero dell’Incarnazione. La Parola insiste, da un lato, sulla centralità dell’episodio di Simeone che ringrazia Dio perché ha riconosciuto l’Atteso che genera stupore in Maria e in Giuseppe; dall’altro, sulla qualità dei rapporti che è bene intercorrano tra moglie, marito, figli, genitori; una qualità che può diventare «profumo di Vangelo», segno di una umanità rinnovata, capace di misericordia, bontà, pazienza, mansuetudine. Il testo di Paolo specifica proprio una qualità del rapporto già anticipata e raccomandata dal Siracide che rivolgendosi a ciascuno esorta «Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare le doglie di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato: che cosa darai in cambio di quanto ti hanno dato?». Gli autori del testo sacro non sono ingenui, sanno quanto sia difficile e insieme appassionante, costruire relazioni buone tra uomini, sanno che la vita di famiglia è spesso contrassegnata dalla fatica nei rapporti. L’esortazione che il Siracide e Paolo esprimono non è moralistica ma è un invito dettato dalla fede, a lasciarsi attrarre innanzitutto dal primato della carità. Solo l’amore di Dio non delude, riempie il cuore, abilita ad amare sempre e di nuovo; la sola dimensione umana dell’amore è invece confusa, insicura, insufficiente rispetto al desiderio di pienezza. I testi delle letture ci invitano ad una qualità nuova nei rapporti, per riuscire ad essere, non come spettatori neutrali, al fianco di Giuseppe e Maria, stupiti anche noi delle parole e dei gesti di Simeone nei confronti del Bambino Gesù, per ricercare in lui la via della verità, della vita e dell’amore.

Sir 7,27-30.32-36; Sal 127; Col 3,12-21; Lc 2,22-33

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