Prepariamo la Domenica

Domenica 22 novembre 2015

Il Vangelo di questa domenica, sembra proprio l’invito a ripartire, ad operare in noi un nuovo inizio, una nuova genesi; oggi per tutti noi c’è la possibilità di ripartire da capo. Non posso cancellare il mio passato, anche se il mio passato è nelle mani di Dio, ma ci viene data l’occasione, in questo itinerario di avvento di preparazione al mistero insondabile dell’Incarnazione del Figlio di Dio, di ricominciare, di ripartire. E non iniziamo con le cattive notizie, perché siamo stanchi delle cattive notizie, ma con questa possibilità che ci è data. La parala vangelo vuole proprio dire questo: buona notizia, lieto annuncio. La bella notizia è una persona Gesù Cristo. Marco ci dice proprio questo perché Gesù non può tradire mai. Certamente se lo conosci in modo superficiale, tutto ciò può lasciarti anche indifferente, ma se lo conosci, se ci entri dentro, se la nostra vita si incarna nella sua, se questa Parola che ogni domenica noi ascoltiamo entra dentro, ci accorgeremo che Gesù Cristo non tradisce. Gesù Cristo è la Parola fatta carne. È venuto, forte nell’amore, potente nell’amore, fino alla Croce. Ci risuoni dunque in questa seconda domenica di Avvento questa possibilità di ricominciare con una buona notizia che è una persona: Gesù Cristo. Perché se ci fidiamo di lui, ascoltiamo la sua parola, ci nutriamo della sua storia e della sua presenza, la mia vita di povero uomo, può davvero ricominciare e finire di essere cristiani brontoloni.

Voglio però, soffermarmi su questo bellissimo salmo che la liturgia della II Domenica d’Avvento ci fa pregare e propone alla nostra attenzione. C’è un’evidenza insieme drammatica e meravigliosa nell’identificazione di Gerusalemme come la Madre di tutti i popoli. Ci sono altre “città sante”, ma lo sono per chi vi appartiene e, in modo rigoroso, esprimono appartenenze esclusive, fino ad essere “città proibite” per chi proviene e dipende da altre storie, da altre  culture e fedi. Gerusalemme, invece, è veramente la Città della Pace per la sua designazione ad essere Madre di diversità e comunione di lontani. Neppure si può cogliere una condizione di “conversione” per appartenervi, perché la sua maternità sembra precedere ogni singola storia.

Della “città di Dio” il salmista ha udito cose stupende provenienti dai profeti (Is 2,2; 60,1s; Zc 2,14-15). “I monti santi” dove sono le fondamenta della città sono il monte Sion e il piccolo rialzo su cui sorgeva il tempio. "Il Signore ama le porte di Sion, più di tutte le dimore di Giacobbe", poiché Gerusalemme è la città sede del trono di Davide che spetterà al Messia che, messo a morte ma risorto e salito al cielo alla destra del Padre, ha dato vita ad un tempio nuovo fatto di pietre vive, cioè la Chiesa (1Pt 2,5). Da Gerusalemme poi uscirà la Parola nel giorno di Pentecoste (Mi 4,2-3; At 2,4). Il salmista ricorderà ai suoi conoscenti Raab, cioè l'Egitto (Raab è un mostro mitologico pagano rappresentante il caos primordiale: cfr. Sal 89,11«Tu hai ferito e calpestato Raab, con braccio potente hai disperso i tuoi nemici»; Is 30,7: «Vano e inutile è l'aiuto dell'Egitto; per questo lo chiamo «Raab l'ozioso»), e Babilonia, cioè le due grandi forze avverse ad Israele, dalle quale Dio ha sottratto il suo popolo.
La profezia di Sion, madre spirituale di tutti i popoli, si realizzerà nella novità dei tempi messianici. La futura Sion sarà la Chiesa, le cui porte saranno sempre aperte per accogliere le genti (Ap 21,24-26: «Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni»). La Palestina - in-tendendo quella meridionale in riva al Mediterraneo, cioè la Filistea -, Tiro ed Etiopia, nasceranno a Dio dall'azione della Chiesa, mistica sposa del Verbo incarnato, e, nello Spirito Santo, vera madre di tutti i popoli; e anche nasceranno a Dio l'Egitto e Babilonia (le grandi regioni della Mesopotamia), prese a simbolo delle nazioni ostili a Dio. Dio registrerà “nel libro dei popoli” - una figurazione della conoscenza Dio - i popoli nati a Cristo dall'azione della Chiesa, madre delle genti. E ogni popolo, in unione con gli altri, canterà e danzerà dicendo: “Sono in te tutte le mie sorgenti”; dove le sorgenti che fanno vivere i popoli sono la Parola di Dio annunciata dalla Chiesa e i Sacramenti. Ecco, vale la pena riuscire a riconoscere che in questa “Gerusalemme celeste” davvero possiamo riconoscerci tutti; dove la fraternità più grande che unisce e valorizza anche le diverse realizzazioni storiche dell’uomo, dà significato, valore, motivo di bellezza al disegno che il Signore ha in mente.

Is 19,18-24; Salmo 86; Ef 3, 8-13; Mc 1,1-8

Domenica 28 Giudno 2015

Il brano di vangelo ci comunica delle verità, ci presenta delle proposte da parte di Dio e ci fornisce delle indicazioni. Gesù si presenta come colui che è la luce, la vita, la vita eterna. Gesù rinnova l’appello a camminare nella luce, a credere nella luce. Questo messaggio è importante anche per noi, perché tante volte, e lo abbiamo sperimentato, ci troviamo a camminare senza la luce interiore, senza prospettive che diano colore senso e valore alla vita stessa, e la fatica si moltiplica. La luce, quella spirituale, è la luce della verità, la luce del vangelo; essa non si accende con un interruttore e non brilla a meno che tu creda: «Credete nella luce per diventare figli della luce» (Gv 12,36). E tuttavia, è forte il rischio di non aderire ad un appello così accorato, la nostra libertà - sempre garantita – può giocare anche contro noi stessi che siamo assetati di vita eterna. È lo stesso Gesù che lo afferma: «Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno.» (Gv 12,48). Non è una punizione da parte di Dio, è una scelta da parte dell’uomo che liberamente continua a lasciar cadere e a non credere a questa parola. Il non credere alla Sua parola conduce alla cecità, alle tenebre. Per un uomo e una donna costruiti ad immagine e somiglianza di Dio, il perdere il riferimento a Dio, il perdere Dio, è realmente il perdere tutto. È però del tutto vero che il nostro cammino, nel nostro piccolo pezzo di storia che siamo chiamati a compiere dentro il più grande cammino della storia dell’umanità, incontra difficoltà, ostacoli. In questo brano del vangelo si cita il profeta Isaia e si dice anche che nonostante avesse compiuto segni così grandi, non credevano in lui.

Il fatto che si citi il brano di Isaia, vuol farci capire che l’incredulità, la difficoltà a credere e aderire alla parola di Signore, è una difficoltà che ritroviamo sempre, fin dalla storia dell’Antico e anche del Nuovo Testamento. L’autore del vangelo annota che il motivo per cui, nonostante si intravveda nella parola di Gesù qualcosa di affascinante, comunque si ha paura ad aderire a questa parola; e la paura da cosa scaturisce? Dal perdere qualche cosa. Notate come dei capi che avevano creduto, manifestavano la paura che i farisei li scacciassero dalla Sinagoga; di più, vi è un crescendo, viene rimarcata la constatazione amara che questi capi avevano più a cuore la gloria dell’uomo che non la gloria di Dio. Sempre la paura ci lega, ci schiavizza, ci impedisce di aderire alla parola di Gesù Cristo che ci conduce e ci fa rimanere nella Sua luce per partecipare della sua stessa vita eterna. Ma, Gesù ci dice che c’è sempre una speranza, e lo fa incastonando una espressione bellissima: alla fine di una costatazione che fa il profeta Isaia nel vedere che hanno il cuore indurito, mette «e io li guarisca» (Gv 12,40). Nonostante questa ritrosia da parte dell’uomo c’è questa intenzione, questo progetto universale di salvezza da parte di Dio che non viene mai meno. Dentro la nostra incredulità, dentro la nostra paura, dentro la nostra vanagloria, c’è questo piccolo seme di speranza che il Signore mette perché ci vuole guarire, ci vuole condurre dalle tenebre alla luce. Questo vuole dire fiducia assoluta in Dio, vuole dire l’essere convinti della nostra vocazione ad essere figli. Questa è la promessa e sappiamo che la promessa di Dio sempre si realizza perché è parola di verità.

Gn 17,1b-16; Sal 104; Rm 4,3-12; Gv 12,35-50

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