Domenica 3 Maggio 2015
Parole difficili quelle della preghiera di Gesù, come peraltro spesso è la parola di Gesù lungo tutti i capitoli che conducono al termine il Quarto Vangelo. I discorsi di addio di Gesù ai discepoli ripercorrono la vicenda di Gesù con loro. Gesù consegna la sua vita, la sua eredità ai discepoli con il comandamento nuovo: «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Il ricordo di quella vicenda deve diventare la Legge nuova, la Legge del cammino futuro. Ma dopo avere, con i discorsi di addio, consegnato la sua vita ai discepoli «Fate questo in memoria di me», Gesù consegna la sua vita al Padre: “Padre glorifica il tuo Figlio” (Gv 17,1). Fino a questo punto della sua vita il Figlio ha glorificato il Padre «Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare» (Gv 17,4), e questa obbedienza ha un solo fine: insegnare ad ogni uomo che Lui è del Padre e sempre è nella volontà del Padre. Gesù vive per attestare, testimoniare, rivelare ad ogni uomo di allora e di sempre, che il Padre suo è il Signore della vita; a Lui la vita appartiene per creazione, Lui è l’Autore di ogni vita e ogni vita deve essere a Lui ridonata.
Noi non possiamo portare a compimento le nostre opere da noi stessi, perché le nostre opere pensate e vissute solo per noi, sono condannate alla nostra vanità, e la vanità – si sa – non porta all’offerta. Quando ero piccolo – ma anche adesso – si diceva all’inizio della giornata “Ti offro le azioni di questo giorno”; ecco che, avendo questo spirito, giorno dopo giorno, è la vita stessa che diventa offerta. “Questo i vostri padri testardi non hanno capito” dice Stefano nella prima lettura. Non hanno capito che il Tempio non è quello costruito dalle mani dell’uomo, e che il sacrificio non è quello che si compie nel tempio, ma il sacrificio è del cuore: “I vostri padri con il cuore sono tornati in Egitto” (At 7,39). Per questo tutte le parole di Dio e tutte le leggi di Dio, sono diventate leggi che non possono salvare, usanze ossessive e inutili. Stefano è molto radicale nella denuncia dei suoi interlocutori e dei suoi giudici. E questa immagine dei padri che sono tornati con il cuore in Egitto e hanno costruito il vitello, il feticcio, l’idolo, deve interrogare anche noi.
Allora, anche Gesù che sempre fa la volontà del Padre, offre le sue opere, la sua vita e questo lo fa senza lasciarsi intimorire e scoraggiare. Gesù compiendo la volontà del Padre, ha compromesso la sua vita in questo mondo, e tuttavia Gesù ci vuole dire che la sua vita terrena che sta per finire, non deve essere letta come una tragedia, come l’interruzione di una comunione. No! Questa conclusione è necessaria per introdurre il tempo pieno, il tempo della nostra comunione perfetta ed eterna con il Padre in Cristo Gesù. Gesù prega il Padre perché glorifichi la sua vita, glorifichi il Figlio suo, restituisca al Figlio suo la gloria che aveva fin dalla fondazione del mondo. La gloria è l’“ora” del Figlio che porta a compimento il disegno di salvezza che il Padre ha nei nostri confronti e che permette di aprire a tutti noi, la strada verso di Lui. È solamente in questo dono che la vita esce dal limite della morte ed entra nell’infinito di una vita sempre più nuova. La resurrezione di Gesù sarà il sigillo che, posto dal Padre sull’opera del Figlio, permette ai discepoli di Gesù di comprendere l’opera del loro Maestro; essi infatti, pur rimanendo nel mondo, comprenderanno di non essere soli, ma di essere per sempre con Lui.
Rif. Letture:
At 7,2- 8.11-12a.17.20-22.30-34.36-42a.44-48a.51-54; Sal 117; 1Cor2.6-12; Gv 17,1b-11
