Togliete la pietra!
V DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A
Es 14,15-31; Sal 105; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53
“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; […] gli occhi non davan lacrime, ma porta-van segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che at-testava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo”. A. MANZONI, I Promessi Sposi, cap. XXXIV
In queste domeniche abbiamo percorso passi che ci hanno portato dalla sete della Samaritana alla tenebra del racconto del ceco nato, passando per una lunga diatriba di Gesù con i farisei che dice-vano di credere in Lui. Oggi giungiamo al vertice dell’arsura e della tenebra rappresentato dalla morte di Lazzaro. Ai temi dell'acqua e della luce, si aggiunge anche il grande tema della vita. Nel quarto Vangelo quello di Giovanni Gesù dice: «io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10) e Gesù oggi, con un segno potente, mostra che Lui è davvero il Signore che dona la vita per chi è nella morte. Il segno di Lazzaro, dunque, è il culmine dei segni con i qua-li Gesù ci ha narrato il Padre, ci ha narrato come Dio è vita, Dio è desiderio di vita che opera dan-do la propria vita a chi è ormai stretto tra le catene della morte. Non solo, è segno che preannun-cia che Lui stesso assumerà su di sé la morte, e la morte di Croce dice Paolo (Fil 2,8), per vincerla definitivamente così da liberare le nostre vite da quello stato ritenuto solo l’esito finale e definitivo dell'esistenza umana. A ben guardare però, non c'è soltanto la morte fisica, accanto ad essa, vi sono anche altre morti che si mostrano deleterie per la vita stessa di noi, uomini e donne. C’è la morte del cuore che è la morte spirituale che vive colui che si è rinchiuso in logiche egoistiche di presunta autosufficienza circondandosi di tenebre che spesso sono impenetrabili. Ecco, il Vangelo oggi ci dice che lo spirito di Cristo può dare vita anche a queste morti così che tutto l'uomo possa risorgere. Il racconto di Lazzaro è davvero un racconto molto articolato, ma è racconto che culmi-na proprio in quella frase di Gesù che grida a gran voce: «Lazzaro vieni fuori»; un grido che scatu-risce dal pianto per quell'amico ma che viene anche dalla fiducia che sempre Gesù ha nel Padre: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato». Il pianto di Gesù ci dice che il suo cuore è davve-ro con l’uomo, il segno del suo amore per l’amico, ma più in profondità, penso che quel pianto, sia anche il pianto di Dio dinanzi al morire di ogni uomo.




C’è continuità tematica che lega le due domeniche centrali del tempo di quaresima: quella trascorsa (Abramo) che dice come il rimanere nella Parola di Gesù è rimanere nella verità che rende liberi, e quella odierna (il cieco nato) che evidenzia la liberazione dalle tenebre dovuta alla non conoscenza di Dio. Il brano di Vangelo che accogliamo in questa domenica è esattamente il seguito del Vangelo di domenica scorsa che terminava con la frase: «Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio» (Gv 8,59), e ha continuità all’azione di Gesù perché inizia dicendo che: «Passando, vide un uomo cieco dalla nascita». Gesù vede; l’azione del vedere o non vedere, è equipollente all’azione di amare o non amare. Anche I discepoli vedono, ma è un vedere di chi vuole iniziare un dibattito perché subito pongono a Gesù un quesito: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». I nostri occhi ci permettono di vedere il mondo, le persone, gli eventi, ma tante volte il nostro sguardo è fatto di principi che ci chiedono di giudicare ciò che vediamo. Il nostro è sguardo che a volte è illuminato da benevolenza o ammirazione, a volte è nascosto, è ottenebrato da filtri che non permettono una visione nitida. Esaminiamo le realtà che vediamo attraverso la lente dei nostri occhi al punto che a volte, le consideriamo buone o cattive secondo i nostri pregiudizi. I discepoli chiedono se l'uomo nato cieco è punito per i suoi peccati o per quelli dei suoi genitori, perché questo è ciò che si crede in Israele: ogni malattia o infermità è il risultato di un peccato, anche se commesso dai genitori. È la religione della retribuzione tanto cara anche ai nostri giorni, ma Gesù si presenta come Colui che viene a ricreare l'uomo, a restituire in lui l'immagine originaria data da Dio fin dalla sua creazione. Denuncia l'errore di credere che una disabilità possa essere causata dal peccato! I discepoli, poi, non avranno più alcun ruolo in questo racconto: scompaiono, ma in realtà non sono mai entrati in relazione con quella persona. Gesù invece lo vede come un fratello a cui Dio può manifestarsi. Questo è lo sguardo di Gesù che trasforma la visione che l'uomo cieco ha di sé restituendogli fiducia.




