Una storia per andare oltre
II DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A
Es 20,2-24; Sal 18; Ef 1,15-23; Gv 4,5-42
«Dammi da bere!»; misteriosamente la nostra storia come discepoli del Vangelo, ha radici in queste parole che Gesù rivolge alla donna samaritana, e questa, è la sorpresa che accogliamo dal Vangelo in questa seconda domenica di Quaresima. È Vangelo che invita tutti a rispondere a domande che in questo tempo di preghiera si affacciano al nostro cuore facendosi impellenti: ho qualcosa da dare io che ho bisogno di ricevere tanto e sempre? È davvero per me che Cristo vuole placare la sua sete? C'è davvero una fonte in me capace di rispondere al suo desiderio? Qualunque siano le varie motivazioni che hanno avviato il nostro cammino verso quel pozzo, oggi Gesù ci aspetta perché vuole incontrarci e ripetere ancora al nostro cuore: «Dammi da bere»! E pazienza se questi sono giorni in cui ti senti stanco, stanco di dare, stanco di ricominciare da capo, stanco di tirare su acqua, secchio dopo secchio senza che mai sentirsi dissetati da quei gesti; è proprio nel momento in cui dici: "Ho sete", che Gesù in risposta ti chiede con calma: «Dammi da bere!». Per ridarci forza, ci chiede un favore; per darci fiducia, ci dà da dare, da dare a Lui. È Gesù a prendere l'iniziativa: «Lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samaria» dicono i versetti che immediatamente precedono il brano del Vangelo. I pii Giudei evitavano accuratamente la Samaria, preferendo il lungo giro attraverso la Transgiordania pur di non contaminarsi con quella terra di eretici, con quel popolo meticcio che adorava sul monte sbagliato e custodiva una Torah corrotta. Eppure, Gesù non aggira, non evita quella terra, ma passa attraverso. La necessità non è geografica, piuttosto è necessità del suo cuore. Quel «doveva» indica più un imperativo divino, non una convenienza di percorso. Il bello del racconto è che viene anticipato ciò che ancora oggi Gesù sta facendo per ciascuno di noi; anche noi siamo chiamati a non fuggire, a non evitare lo sguardo di Gesù Cristo che si posa su di noi continuando a fantasticare un'autonomia che imprigiona anziché liberare.




È possibile definire la vita dell'uomo una costante prova della propria libertà; prova che consiste nel radicare in sé la differenza tra il bene e il male affinché l'uomo possa rivolgersi verso un fine più grande di se stesso. Quando il Figlio di Dio ha assunto la nostra umanità, con lei ha assunto tut-te le nostre possibili tentazioni a cominciare da quelle che gli Evangelisti mettono in luce nel rac-conto di Gesù nel deserto. Le hanno poste all'inizio dei loro vangeli come inizio della vita pubblica di Gesù. Lo Spirito conduce Gesù nella solitudine del deserto (Marco addirittura usa il termine so-spingere, che è un termine più forte e che indica quasi una imposizione), affinché anche Gesù pos-sa cogliere in tutta la sua valenza, la missione che andava ad incominciare con la sua vita pubbli-ca. Scelta importante per la sua stessa vita terrena, ma anche di tutta l’umanità. Gesù condotto dallo Spirito è movimento che chiama l’uomo ad addentrarsi nel deserto in solitudine per scoprire fino in fondo la propria identità; più appare chiara la propria identità, più è chiaro il cammino da compiere. Questo è il significato del deserto in cui Gesù è immerso; non è solo un deserto geogra-fico che ha un nome come il deserto di Giuda in cui predicava Giovanni Battista, ma è un deserto probabilmente ancora più assoluto. Stando a quanto riportato dall’Evangelista, l’essere condotti nel deserto dallo Spirito, implica per Gesù, vivere il deserto prima di tutto come un’esperienza del cuore. Gesù vive il deserto come luogo in cui richiamare il senso vero di ciò che era stato annun-ciato nel momento del suo Battesimo: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio com-piacimento» (Mt 3,17); il mio compiacimento dice la grande missione che il Figlio dovrà portare a termine, quella di annunciare la buona novella del Vangelo fino a renderla vera nella sua persona-le e atroce Croce.
Tutta la Parola in questa ultima domenica dopo l’Epifania, ci parla sorprendentemente dei pensieri e dei sentimenti di Dio, a cominciare dal testo del profeta Osea. Sentimenti e pensieri espressi molto bene nella frase: «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore». Il linguaggio è quello della seduzione che vuole recuperare un rapporto incrinato. Osea, infatti, nel ricordare il peccato del popolo d’Israele che ha abbracciato una nuova schiavitù servendo gli idoli locali, mostra anche che il Signore vuole a tutti i costi recuperare quel rapporto vissuto nel deserto: “io ti condurrò lì”. Non c’è una situazione irrecuperabile per Dio; anche quando tu decidessi in cuor tuo di allontanarti, Dio non si dà per vinto, anzi, rilancia con qualcosa di grande da dirti e da consegnarti. È dunque Parola di forte luminosità, è Parola che genera speranza che Gesù rilancia con la parabola dei due figli.
La Caritas Cittadina, attraverso la disponibilità della parrocchia di S. Donato che mette a disposizione gli spazi necessari e grazie all’impegno instancabile dei volontari, anche quest’anno, per la 13° volta, risponde all’emergenza freddo aprendo le porte di Casa Zaccheo a chi non ha un riparo sicuro. 



