Abbracciati dalla Misericordia del Padre
Ultima domenica dopo l’Epifania – Anno A
Os 1,9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22; Sal 102; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32
Tutta la Parola in questa ultima domenica dopo l’Epifania, ci parla sorprendentemente dei pensieri e dei sentimenti di Dio, a cominciare dal testo del profeta Osea. Sentimenti e pensieri espressi molto bene nella frase: «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore». Il linguaggio è quello della seduzione che vuole recuperare un rapporto incrinato. Osea, infatti, nel ricordare il peccato del popolo d’Israele che ha abbracciato una nuova schiavitù servendo gli idoli locali, mostra anche che il Signore vuole a tutti i costi recuperare quel rapporto vissuto nel deserto: “io ti condurrò lì”. Non c’è una situazione irrecuperabile per Dio; anche quando tu decidessi in cuor tuo di allontanarti, Dio non si dà per vinto, anzi, rilancia con qualcosa di grande da dirti e da consegnarti. È dunque Parola di forte luminosità, è Parola che genera speranza che Gesù rilancia con la parabola dei due figli.
Conosciamo tutti questo racconto che solo l’evangelista Luca presenta. Due figli; due fratelli che vivono il loro rapporto con il padre quasi come una costrizione; sopravvivono ma non riescono a vivere pienamente la loro vita di figli. Il più giovane pensa addirittura di arrivare alla felicità percorrendo un cammino lontano dal padre. Vuole sciogliersi da ciò che ritiene essere un vincolo o un controllo della sua vita e andando via, si sente nel pieno della sua capacità di vita. La parabola ci dirà che la sua vita sarà vita solitaria che lo condurrà a tante peripezie negative che lo trasformeranno da padrone a schiavo. Solo quando la sua condizione si farà invivibile e di estremo bisogno, si ricorda che i: «Salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!». È memoria interessata e piena di calcoli; non è memoria che fa affiorare il pentimento. Lui prepara il discorsetto per ottenere di essere riammesso in quella casa per poter mangiare: «Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Tornerà dunque con questo pensiero: non più figlio ma servo quasi a confermare il suo attuale stato. Il secondo figlio per sua stessa ammissione, pur continuando a vivere sempre in casa, si è sempre avvertito servo: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando».




Collaboratore del profeta Geremia, il profeta Baruc ha parole veramente splendide che invocano la grazia del perdono a partire dalla consapevolezza che questo popolo ha tradito tante volte, ha dimenticato il Signore mille volte, non è stato all’altezza dei suoi doni, ma ha la libertà di implorare, di intercedere e di incoraggiare. Anche lui si trova tra i deportati, anche lui vive il dramma dell’esilio, toccando con mano la perdita di ogni punto di riferimento: tradizione, tempio, città, casa, terra. È dunque nell’umiliazione di una deportazione come schiavo, ma allo stesso tempo, ha la lucidità di riconoscere l’infedeltà alla Parola di Dio e come la loro vita si fosse allontanata da Lui. È in una situazione così buia, una situazione che sembra non aver un minimo di futuro, nasce la preghiera “allontana da noi la tua collera”. Da dove viene questa preghiera? È domanda che pone interrogativi su passi ancora possibili per riscoprire la speranza abitare ancora il proprio cuore. È proprio perché nei meandri del proprio cuore esiste ancora instillato il volto di Dio e della sua bontà, la speranza nella clemenza di quel Dio che li ha tratti dalla schiavitù dell’Egitto, fa volgere il proprio volto verso il Volto della misericordia. E il profeta se ne fa carico. È dunque un passo che accende speranza per ogni situazione di vita; dice che non esistono spazi per la disperazione insuperabile perché il Signore si è fatto riconoscere tramite la sua bontà e misericordia.
Quanto doveva essere stanco Gesù per restare addormentato nel mezzo di una tempesta esausto dalle sue peregrinazioni in tutto il paese, dai suoi molteplici incontri con donne e uomini feriti e probabilmente, con poco riposo notturno, e quanto possiamo comprendere il panico dei discepoli che vedevano il mare agitarsi sempre di più fino a coprire la loro barca di onde minacciando di inghiottirli. Cosa poteva essere di più normale del provare paura e angoscia per quanto stava loro capitando; quell’angoscia che saliva dal profondo del loro essere e che lottava con il terrore di perdere la vita? Le tempeste sono spesso qualcosa di inaspettato che a volte si verificano senza il tempo di valutarne la portata e i pericoli. Tuttavia, anche in questi frangenti, il Vangelo ci svela un Gesù pienamente umano ma che si rivela anche misteriosamente divino: da un lato, si immerge completamente nel crocicchio della vita umana al punto da lasciarsi avvolgere dalla violenza delle onde di male e morte senza però lasciarsi sopraffare, e dall'altra parte, in piedi (postura che in filigrana annuncia la Risurrezione), impone la pace divina alle onde tumultuose della vita. Il Vangelo ci mostra che Gesù solo apparentemente sembra essere indifferente o assente dalla realtà dei discepoli spaventati da quella violenta tempesta tanto che il suo sonno proprio incomprensibile in quel trambusto, ma Gesù è interamente presente accanto all’uomo anche quando tutto ci porta a credere della sua assenza esplicitata dal silenzio del sonno. Per questo si rivolgono a Lui svegliandolo e dicono: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Si deve notare la chicca di questo Vangelo: non è la tempesta che sveglia il Signore, è la preghiera dei discepoli, la preghiera di chi si rivolge a Lui per essere salvato. Per questo dice: «Perché avete paura, gente di poca fede?»; vuole richiamare tutti alla fiducia in Lui perché solo Lui può trarci dalle nostre paure. Non dice “Voi siete uomini che non debbono aver paura, ma chiede conto della loro fede in Colui che sta camminando accanto. La paura è parte integrante dell’essere umano, essa aiuta a non addentrarsi in opere che potrebbero riversarsi contro; c’è un rapporto preciso con la paura dell’essere umano e gli avvenimenti della storia. È realtà che ci riguarda, ma, ci dice Gesù, se abbiamo fede in Lui, se crediamo che Lui è presente sulla stessa nostra barca, allora, dobbiamo anche aver fiducia che con Lui non siamo mai persi. Gesù ci chiede di imparare a guardare Lui, ci chiede di pregarlo affinché Lui, Signore di tutte le cose, possa alzarsi e accompagnarci al porto sicuro: «Si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia».
Di fronte alla luce, l’umanità o scopre la sua strada o persiste a camminare nelle tenebre. La verità, come la luce, scuote sempre le nostre comodità, perché ci chiede di riesaminare i nostri modi di pensare, di agire e ancora agire. Coloro che si lasciano attrarre e guidare dalla luce comprendono meglio le proprie fragilità e hanno l’opportunità di risorgere. La Parola di Dio ci guida in questo e piace sentirlo già da subito come un augurio; il testo del Siracide dice quanto sia importante che le relazioni interne ad una famiglia siano relazioni fraterne, cariche di amore, di affetto, di stima. Se davvero l'attenzione al padre, alla madre che ci hanno generato, è davvero la concretezza di una vita che sa custodire i valori più belli e più grandi, allora l’invito ad aprire la porta agli altri, non ha più ragion d’essere, perché la famiglia, che è mistero che non riusciamo a spiegare e capire pienamente, si fa luogo della vita, luogo dell’esperienza, e là dove la vita si apre, si apre una porta verso il cielo. L’invito che Paolo rivolge ai Colossesi chiede questo; chiede di rivestirsi di ogni sentimento che permetta l’apertura all’altro vivendo così l'esperienza di famiglia. Paolo, che non è un ingenuo, sa però quanto quell’invito sia difficile da seguire; sa che la vita di famiglia, la comunità è spesso contrassegnata dalla fatica nei rapporti, e tuttavia l’invito dell’Apostolo è orientato a chiedere che quei: «sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» che portano al perdono, siano davvero l’abito che deve essere indossato affinché la propria vita, ma anche quella degli altri, sia vita vissuta bene nella volontà del Signore e sia vita degna di essere vissuta perché si ha la pace di Cristo nei propri cuori. È invito a rivestirsi dell’Unico e sorprendente Amore che, come dice Dante, “move il sole e l’altre stelle”, muove lo sposo verso la sposa in un movimento reciproco e senza finzioni; muove i figli verso i genitori, muove noi in un esodo da noi, muove Dio nel suo infinito farsi prossimo a noi. E tuttavia, il dono di Dio, Gesù Cristo in mezzo all’umanità, non ispira sempre unanimità.
Il brano del Vangelo di oggi, si chiude con la frase: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù»: l’inizio dei segni, il capostipite, l’archetipo che fa da fondamento, che fa da base a tutto il suo operato; questa è la ricchezza di significato che il termine “inizio”, archè porta con sé. La tradizione cristiana lo pone tra i segni che dicono l’epifania, il manifestarsi di Gesù, il Figlio di Dio ai discepoli e in loro, all’intera umanità. La liturgia di oggi dice che la verità dell’uomo non è mai il male, ma è la gioia, è la felicità; il male, il peccato, la fragilità che invade tantissimo la vita umana, non è la verità originaria, ma è il fuori che insidia tutto il nostro essere. Lo dice bene la Lettura che mostra come il cammino nel deserto logora la speranza e mina la libertà del popolo. Dopo l’esultanza dell’uscita dall’Egitto, ecco il momento di crisi, di fatica, di mormorazione, di ribellione nei confronti del Signore che il Libro dei Numeri evidenzia. Mosè e Aronne sembrano essere contagiati da questo; certo, loro guidano il popolo ed è anche per loro faticoso affidarsi fino in fondo, non toccano, non vedono, non hanno garanzie immediate e la fatica del cammino appare con tutta evidenza come una mancanza che offusca la gioia. Ma Dio è presente a loro e dona l’acqua che disseta e ristora. Anche il Vangelo che oggi riceviamo, sembra condensare la mancanza nell’affermazione: «Non hanno vino». La gioia per la festa di nozze tanto attesa rischia di venire meno per la mancanza di uno dei requisiti della festa stessa: il vino. L’aiuto insperato ma presente è Maria che si fa mediatrice tra gli ospiti, suo Figlio e i servitori. A Cana lei è per gli altri, interviene e si rivolge al Figlio amato dicendogli: «Non hanno vino». Percepisce il problema che si presenta e si fa interprete e intercede affinché il suo amato Figlio, raccolga il bisogno e operi per sanare la situazione. La fede dei suoi inizi condensata nella frase : «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1, 49), ora è fede che la fa aprire all’altro. E Gesù sorpreso, si avverte come spinto ad operare affinché la gioia del banchetto di nozze non venga meno. È davvero il momento di trasformazione per la vita di tutti. Quella di Maria perché non tiene per sé il dono di quel Figlio, ma lo porge agli altri: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela», così che anche gli altri possano essere chiamati a dare la propria adesione alla Parola; e quella di Gesù che ora, è invitato dalla madre a manifestarsi. E Maria, la serva del Signore, la madre di Gesù, solo ora può ritirarsi così che l'azione possa prendere avvio e lei possa contemplare e ricevere la gloria che si manifesta nel Figlio e che per tanto tempo ha meditato e tenuto nel proprio cuore. Colpisce davvero l’obbedienza dei servi. L’invito di Maria trova in loro casa agendo secondo la parola di Gesù; riempiono le anfore d'acqua, attingono da quelle anfore un po’ del loro contenuto e lo consegnano al direttore del banchetto affinché lo assaggi e quell’acqua che ne frattempo è diventata vino, sorprende talmente il direttore del banchetto che ha parole di meraviglia nei riguardi dello sposo.





