Tutti i santi
Ap 7,2-4.9-14; Sal 88; Rm 8, 28-39; Mt 5,1-12
Proprio nella stessa pagina dell'Apocalisse con la quale Giovanni ci prepara a riconoscere l'importanza decisiva del momento del giudizio, irrompono parole inattese e per tanti aspetti cariche di luminosità. Una moltitudine immensa di ogni provenienza, etnia, lingua, tradizione, forma un popolo in cammino che sta facendo ritorno a casa. Rileggendole oggi, solennità di Tutti i Santi e vigilia della celebrazione di tutti i fedeli defunti, queste parole ci appaiono ancora meglio, in tutto il loro splendore. C’è come una risonanza nel cammino di questa «moltitudine immensa», una eco che fa affiorare in noi sentimenti, affetti, ricordi, volti. Come è possibile non pensare che in questa moltitudine ci siano i volti di persone a noi immensamente care delle quali avvertiamo ancora la loro assenza? E allora anche la nostra preghiera assume dimensioni nuove, perché se è ritorno a casa, quel luogo è davvero casa di tutti e in quella casa si è conosciuti, attesi, accolti. Questo ci dice la pagina dell'Apocalisse; è pagina che dà un straordinario respiro alla speranza perché racconta un futuro che vuole raccogliere; un tornare là dove siamo conosciuti e attesi, là dove sappiamo di essere amati e accolti così che nessuno possa più sentirsi straniero, ma solo figlio. Questo è l'orizzonte entro cui si colloca la nostra preghiera in questa liturgia intensa e gioiosa della festa di tutti i santi che con Paolo si fa davvero profonda. Lui usa verbi che mostrano la vigoria e la profondità della chiamata: ci ha predestinati, ci ha chiamati, ci ha giustificati, ci ha glorificati. Una successione non tanto di immagini, ma di doni che davvero riempiono di senso la nostra vita. Doni che indicano un traguardo verso cui camminare riempiendo così il nostro cuore della certezza di appartenere in modo stabile al Signore fino a dire con profondo stupore: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo».
Constatare che se Dio ci ha guardato così fin dall'inizio, allora noi siamo davvero uniti a Lui, uniti al mistero di grazia e di vita che è la Pasqua di Gesù Cristo che non permetterà di separare coloro che di Cristo vogliono essere parte. Un inno, quello di Paolo, che ha chiamato al cammino di fede e che oggi fa da corolla al discorso di Gesù sul Monte che annuncia le beatitudini. Gesù chiama i suoi discepoli e oggi anche noi, alla santità. In queste beatitudini, Gesù rivela il suo cuore unito al Padre e invita tutti a diventare discepoli, ad assomigliargli nell’essere pacificatori che ricercano la comunione, tessitori di bontà, costruttori di speranza. Accoglierle nelle nostre vite giorno dopo giorno, è far sì che il Regno di Dio si instauri, prenda posto in noi così che la pace sia più forte di tutto il frastuono dell'odio. Ecco perché quello di Gesù, è discorso che ha una energia insuperabile; le beatitudini parlano al cuore dei discepoli proprio perché sono vissute in modo vero da Gesù stesso. Infatti, il povero di Spirito, il puro di cuore, l'amante della giustizia, il mite, il misericordioso chi è se non Gesù? Certo, quelle sono parole davvero impegnative, ma sono l’incondizionato amore che il Padre, nel Figlio Gesù Cristo, rinnova a tutti noi oggi, rinnova i tantissimi testimoni di fede. Beato, "felice" è davvero una parola universale; è termine così semplice e prezioso per dire il dono, ma, allo stesso tempo, è esigente. Il ritornello "felice", beato, che punteggia il Vangelo di questa solennità di Ognissanti, è parola che tutti, donne e uomini, vorrebbero ricevere come dono perché racconta qualcosa di normale e allo stesso tempo un tesoro da cercare e custodire.
Siamo invitati ad abitare pienamente la nostra umanità a immagine di Gesù, come hanno fatto quei poveri di spirito, quei miti, quei misericordiosi, quei puri di cuore che abbiamo conosciuto; persone che hanno vissuto queste beatitudini con la propria vita nelle nostre famiglie, nelle nostre chiese, nelle nostre scuole, nei nostri ospedali, nelle nostre comunità e oggi, rivestiti dello Spirito del Risorto, sono testimoni vivi «davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide». Anche loro chiedono a noi di fidarci di Gesù che chiama tutti e di tutti conosce il nome. Ciascuno di noi porta dentro di sé i semi di una vita di santità che si materializza nella realtà concreta attraverso atti in conformità con la volontà di Dio. Lavorare quotidianamente per purificare il proprio cuore, cercare giustizia e pace in tutte le nostre iniziative, vivere nel perdono e nella misericordia, consolare chi piange, sono tutti gesti semplici che ci fanno assaporare le gioie della misericordia divina e della santificazione. Così, la santità è un sentiero della vita che si forma e si chiarisce ogni giorno, attraverso cadute e rinascite, quando l'uomo compie sforzi quotidiani per mantenersi sulla via delle richieste divine. È il riavvicinamento tra la realtà umana in tutta la sua fragilità e il mistero divino che si sta realizzando in noi: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Tutto è legato a Dio, che si fa per noi bussola in Gesù Cristo, Colui che attira tutti gli uomini a sé (cfr. Gv 12,32). Quindi, cercare la santità significa allontanarsi dal male, allontanarci da tutto ciò che ci allontana da Dio. Accogliendo questa pagina, siamo invitati a non chiudere mai la domanda su come stiamo vivendo le beatitudini del Vangelo; teniamola aperta fino alla fine continuando a chiederci come le possiamo davvero vivere bene. Paolo ci ha detto: «Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore; parole che sono confessione di una intensità che non riusciamo a contenere, ma che sentiamo vera fino in fondo; non c'è nessuna enfasi, nessun eccesso, semmai l'eccesso è la profondità dell'amore di Dio per noi, è questo che ci salva, è questo che ci consente oggi di celebrare nella fede e con profonda gratitudine questo giorno. Poi lasciamo che tanti pensieri, tanti affetti, tanti ricordi attraversino la nostra mente in questa liturgia, ma appunto, questi sono custoditi nel cuore di ciascuno; quelli legati alla Parola che abbiamo accolto, è bello che diventino pensieri di tutti perché questo "Beato" a cui Gesù ci richiama, è la Speranza che apre il nostro futuro. Siamo incamminati sulla strada verso il pieno compimento della nostra umanità, sia personalmente che coralmente affinché tutti noi possiamo arrivare: «all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (cfr. Ef 4,13).










