Nessuno può dire di essere lasciato solo
IV DOMENICA DI PASQUA – ANNO A
At 6,1 -7; Sal 134; Rm 10,11-15; Gv 10,11-18
Ci lasciamo toccare e anche stupire da due verbi fondamentali presenti nella pagina del Vangelo odierno: il verbo conoscere e il verbo dare - donare. Sono i verbi di Dio, sono i verbi del volto di Dio, sono i verbi del cuore di Dio. Il verbo conoscere nella Bibbia ha diversi accenti e indica diversi contenuti. Certamente ha in sé il significato del conoscere razionale, quello dovuto all’intelligenza della ragione, ma racchiude al suo interno altri accenti perché è verbo che ha a che fare con il cuore perché richiama una intimità, un rapporto profondissimo: Dio ci conosce è il modo per dire che Dio ci ama. E per capire cosa vuole dire “amare da Dio” occorre riandare costantemente alla Pasqua del Signore Gesù Cristo che è fatto inaudito e tuttavia, annunciato dal profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bimbo, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece mai ti dimenticherò!» (Is 49,25). La forza di questa affermazione tocca davvero le corde del nostro cuore perché impegna la nostra vita an-dando al profondo del nostro intimo. C’è dunque espressa, nel verbo conoscere, una vicinanza, un’intimità, un Amore che non lasciano dubbi. È Amore che si è fatto carne e sangue nell’Alleanza nuova ed eterna stabilita da Gesù Cristo con la sua Pasqua. Dio proprio tutti ama con quell’amore, e coloro che si avvertono più lontani, più in difficoltà, devono sapere che Dio si fa vicino anche a loro. Allora si spiega perché Gesù buon pastore, è la verità dell’amore di Dio. Egli ci conosce e chiama ciascuno a vivere un rapporto profondamente singolare e vero perché Lui è Colui che «dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Qui il verbo dare o donare si fa verbo divino per eccel-lenza, perché comunica immediatamente il vero volto di Dio. Tante volte esitiamo e viviamo con l’idea di un Dio concorrente, quasi nemico della nostra gioia. Simone de Beauvoir, compagna nel-la vita dello scrittore e filosofo francese Jean-Paul Sartre, nel romanzo “I Mandarini” del 1954, scriveva che lei ha: «Lasciato Dio perché mi rubava la terra».




Spesso, i nostri occhi si fermano all'aspetto di persone e cose senza percepirne la bellezza nascosta da ciò che brilla troppo e che subito cattura tutta la nostra attenzione. Giovanni Battisti indicandoci Gesù, invita a guardare oltre le apparenze, invita a ad avere lo sguardo di colui che vuole comprendere, vuole sondare la profondità degli esseri e degli eventi. In questo sforzo, la Grazia guida la nostra libertà e con il suo Spirito, fa vibrare ciò che all'inizio non significava nulla per noi; poi il Volto contemplato fa scendere nelle profondità del nostro mistero così da aprirci all'Altro fino a far nascere una nuova vita che dia significato e potenza ai nostri stupori. E chi è quest'uomo intravisto che restituisce la vita, che con noi porta miserie, angoscia, povertà? Dove cercarlo? Come trovarlo? Giovanni Battista vede Gesù venire verso di lui, ma è un vedere che cambia la realtà oggettiva, lui vede in quella Person la figura dell'Agnello di Dio che si carica del peccato del mondo. Sarà solo una prima indicazione che però diventa rivelazione della ricchezza d’amore di dio: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Dicendo che non lo conosce, il Battista prova di fatto, che Dio è la ricchezza insondabile che l'uomo non può conoscere o scoprire a prima vista; Sant'Agostino diceva di Dio: "Se pensate di capirlo, non è lui". Gesù Cristo è sempre al di là dell'immagine che proiettiamo su di lui: agnello e pastore, re e servo, glorioso e tuttavia presente nei più deboli tra noi; è sempre impossibile riuscire ad "afferrarlo" con le nostre sole capacità, è Dio che in Gesù Cristo, si dona per attirare sempre la nostra attenzione e incoraggiarci a cercarlo. Per conoscere meglio Dio, sembra proprio dirci il Vangelo, dobbiamo avvicinarci a Lui con la fede di chi si apre ad una speciale esperienza personale.
Martedì 14 aprile si è riunito in sessione straordinaria il Consiglio pastorale della Chiesa di San Donato. Al centro dell’incontro vi era il tema di un possibile gemellaggio con alcune parrocchie di Beirut, nato dall’appello rivolto da don Carlo Giorgi a nome delle comunità cristiane libanesi: non lasciare soli i cristiani in questo momento così difficile per il Libano e per l’intera Terra Santa.
Il tempo dell'estate è iniziato. Tra qualche giorno verrà presentato a tutti i genitori della nostra Città, la proposta dell'Oratorio estivo 2026 "Bella Fra! - Guardate a Lui e sarete raggianti". L'esperienza di san Francesco d'Assisi illuminerà lo stile dell'animazione educativa nelle calde settimane estive in oratorio.
La fede è difficile, lo è sempre stato. Era così anche ai tempi di Gesù per coloro che assistevano ai suoi miracoli e alle sue guarigioni che pur avendo visto eventi fuori dal comune, tornavano a casa avendo in cuor l’affermazione: "Oggi abbiamo visto cose straordinarie!", ma poi, non rimanevano disorientati e, come se nulla fosse avvenuto, riprendevano le loro abituali attività passando dalle meraviglie di Dio all'ordinarietà delle loro vite. Anche se la memoria di Gesù li inseguiva, la vita quotidiana era lì, necessaria e quasi monopolizzante. Se ci pensiamo bene , anche per noi succede la stessa cosa: quando entriamo in contatto con le meraviglie di Dio, penso al momento di riceve-re il Corpo del Cristo Risorto, o il suo perdono, o la luce della sua Parola, poi però, le cose da fare, quelle da dire, quelle da pianificare prendono il sopravvento. Chi è già un po’ esperto nel vivere sa che c’è sempre un livello più immediato che non ha bisogno di pensiero perché è ciò che si consta-ta in quanto evidente e reale ai nostri occhi, e c’è anche un livello sotterraneo, nascosto alla vista che sappiamo essere ciò che muove, ciò che spinge tante nostre esperienze e reazioni. Tuttavia, tutte e due le modalità debbono essere unificate nel nostro io se vogliamo comprendere ciò che stiamo vivendo in quel determinato momento. Credo allora che per cogliere l’episodio di Tomma-so che ci è donato dal Vangelo, dobbiamo tenere presente tutti i livelli dell’esperienza, quello un po’ più superficiale che è quello più immediato ed evidente a tutti in cui è in gioco tutto, e il modo in cui, la reciprocità tra i testimoni del Risorto e l'esperienza interiore del destinatario della testi-monianza sono unificati. Oggi, l'incontro tra Tommaso e il Signore Gesù Risorto fa ulteriore luce su quanto vissuto dai testimoni in quella Pasqua. La nostra fede nel Cristo Risorto si basa sull'espe-rienza e sulla testimonianza apostolica di uomini che hanno visto e vissuto con Gesù Risorto. È pe-rò, una esperienza che non è più possibile alle generazioni che si sono succedute nei secoli, ma la loro testimonianza ha permesso e tutt’ora permette a noi di entrare in profondità in quella Risur-rezione che illumina la vita dandole nuovo significato. Oggi il Vangelo ci dice ancora una volta che il Signore è risorto; in tutta l’ottava di Pasqua questo è l’annuncio che preme sia fatto; il Risorto è uscito dalla tomba ma sembra che i suoi amici invece siano rimasti fermi alla loro tomba fatta di paure, di presa di coscienza di fallimenti, di tradimenti, di dubbi, di incredulità. Ecco, Gesù si pre-senta loro per liberarli e si presenta loro con le sue piaghe. È un fatto strano che la Risurrezione che ha chiamato dalla morte alla vita Gesù, non abbia tolto le sue ferite; qualcuno ha scritto che questo fatto è per rendersi riconoscibile dai suoi discepoli, per affermare che il Risorto è quel Cro-cifisso del Venerdì Santo, ma se è solo per questo, dobbiamo ammettere che è un po' poco. Quelle ferite che sono il distintivo del Crocifisso, sono qualcosa di più, sono il segno dell'amore con cui Dio ci ama; è amore portato fino all'estremo e che ha visto il Figlio di Dio, Gesù, consegnare la propria vita alla Croce. Ecco che ritornano quei momenti di cui parlavo: quello evidente: i segni della Croce, della tortura, della morte, e i segni dell’amore che muove il cuore del Donatore. Ge-sù, entrando con quei segni nello spazio chiuso del Cenacolo con le proprie ferite, porta ciò che aveva promesso (cfr. Gv 16,22), porta la gioia, porta la pace del Donatore e soprattutto dona il suo Spirito. Ed è bello notare che Gesù entrando in quello spazio chiuso in cui i discepoli si erano co-stretti dalla loro paura, dice una parola semplicemente: «Pace a voi». Non è solo la pace che gli uomini si augurano, la pace per l’assenza di guerre, di disarmonie, ma è la pace profonda che toc-cando il cuore di chi la riceve, dà pienezza di vita ristabilita, unifica i cuori e li fa entrare per stare nella relazione tra loro e con Gesù. La relazione senza tensioni è la pace che Dio, in Gesù Cristo fa dono ad ogni apparizione; ma Gesù compie anche l’azione di soffiare su di loro lo Spirito Santo che è azione che non ha evidenze concrete agli occhi dei destinatari, ma è Colui che impedirà loro di avvertirsi orfani di Gesù.






